Latina/ Ma che dialetto parlano Coletta e Zaccheo? In morte delle lingue pontine
20 Agosto 2021Ci sono due strati nella personalità di un uomo; sopra, le ferite superficiali, in italiano, in francese, in latino; sotto, le ferite antiche che rimarginandosi hanno fatto queste croste delle parole in dialetto.
Luigi Meneghello
Una città che si chiude a riccio nelle sue paure, che non cerca ausilio, che non si erge diritta. Chiusa in una storia grandissima se fosse aperta, miserrima quando si chiude in palazzi di banale costruzione. Ora si cercano candidati negli angoli remoti di storie di famiglia, una per una, si ritorna a chi ha già dato. Non si dice: cosa sarà? Ma si resta a piangere su cosa è stato, sul rivendicato. In queste elezioni a Latina si consumeranno tanti riscatti… personali, meno collettivi. Zaccheo ha già dimostrato che senza di lui il centrodestra non esiste, anzi lui è il centrodestra. Coletta che la sua assenza fa si che la città sia senza alternativa e senza di lui sarà meno onesta, meno politicamente corretta. La Muzio ha sempre da Fare.
Non ci sono, ancora, aperture. I manifesti sono sorrisi in camicia e in fila, poi dopo eletti tutti compreranno il pulloverino di cashmere per indossare l’autunno. In questi mesi, ma forse in questi anni, l’io salvatore in missione per Dio ha impedito lo sviluppo di una idea altra della città. E ci sarà una guerra santa tra bene e male, tra fedeli ed infedeli. Ora va di moda la parola borghi, sono divenuti tutti borghigiani essere di borgo pare essere come la figurina bisvalida delle Panini, da diritto ad un premio.
Ma quale premio? Non è dato sapere, ora che i borghi hanno perso la loro identità. Mai nessuno dei competitori che amano i borghi si è posto, ad esempio, il problema delle lingue venete, friulane, romagnole… Nessuno ha mai pensato a coinvolgere le regioni di origine nel proteggere una cultura umana che vale cento edifici idioti e retorici. Nessuno, ma tutti amano le case, i muri. Un progetto con le grandi università del nord per mantenere una ricchezza, per difenderla tutelarla e poi allargarla alle lingue storicamente qui presenti.
Fare in uno dei tanti edifici del Comune immobiliarista la casa delle lingue. Studiare il nostro modello di integrazione, i conflitti, e la reciproca ricchezza che ci siamo scambiati. Fare di questa nostra caratteristica, se ancora c’è, un valore aggiunto come fanno gli arbereshe di Calabria e Sicilia, i grecali nel sud Italia, i ladini. Diventare un modello umano originale in una globalizzazione banale, e in una deriva verso la periferia romana.
Ma i nostri vanno nei borghi e parlano non ascoltano mai e quindi non comprendendo la ricchezza di lingue che c’è. I borghi, la nostra gente è un grande edificio umano che dovremmo difendere. Ma bisognerebbe conoscere la città e non occuparla e la morte di queste lingue e culture è criminale, ma non da Procura, ma da vita.
L’occhio non vede cose ma figure di cose che significano altre cose
Italo Calvino, Le città invisibili


