Peppino Di Marco, l’uomo del “Bar Jolly”

Peppino Di Marco, l’uomo del “Bar Jolly”

31 Ottobre 2021 1 Di Emilio Andreoli

Erano gli anni sessanta e in Italia il boom economico stava donando i suoi effetti benefici un po’ a tutti. Addirittura la lira venne premiata dal Financial Times come moneta più stabile. La crescita era più alta delle grandi economie industriali. Disoccupazione, povertà e analfabetismo stavano scomparendo. E Latina? Latina nel 1968 fu tra le prime città per reddito pro capite. Così, giusto per capire come si stavano mettendo le cose dalle nostre parti. Tutti potevano sperare e soprattutto osare. In quegli anni In ogni città italiana fiorirono attività commerciali. I bar si moltiplicarono e spuntarono nomi che vennero replicati in ogni parte d’Italia. Quelli più gettonati furono Harry’s e Jolly. A Latina, nel 1966, ci pensò Peppino Di Marco a sfruttare quella moda e ad aprire in Piazza della Libertà il Bar Jolly.

 

Latina e quel Giro di Peppe così amato dai giovani del tempo… d’altro canto era l’unico struscio che la città offriva. Oggi le chiamiamo vasche, ma allora erano passeggiate, lunghe passeggiate intorno a un isolato, attraversando Piazza della Libertà, fino a inoltrarsi nei giardinetti pubblici nelle giornate primaverili ed estive. Il gelato al Polo Nord, situato a quel tempo all’interno del parco, era quasi un rito. L’inverno invece, il giro terminava al Bar di Russo. Ho già raccontato, attraverso queste colonne, i rituali di quelle passeggiate.

Il Giro di Peppe era frequentato da tutti i ceti sociali, quelli delle case popolari, i figli della Latina un po’ più agiata e i figli degli impiegati statali, che erano quasi tutti studenti universitari e che già si dichiaravano avvocati, commercialisti etc. etc. Loro, per darsi un tono e per far vedere che avevano disponibilità economiche, si fermavano al Bar Mimì. I bar del giro, oltre al Mimì, erano il Bar Poeta, il Bar Di Russo, aggiungerei il Bar Giacomini, che però poi chiuse, e il Bar Jolly. Proprio quest’ultimo mancava all’appello, perché degli altri tre vi ho già raccontato.

Il Bar Jolly in Piazza della Libertà. L’insegna è stata restaurata, ma è ancora quella storica del 1966

Non potevo dimenticarlo perché il Bar Jolly è un’istituzione e appartiene alla nostra storia. Così l’altro giorno sono andato armato di carta e penna, come facevano gli antichi, e ho incontrato Marina, che conosco dai tempi della scuola, con lei c’erano suoi figli Marco e Alessandra Di Marco. Con loro ho cercato di ricostruire la storia di Peppino Di Marco, fondatore del bar.

Peppino Di Marco e la sua non facile vita

Peppino Di Marco nasce nel 1932 a Castelforte, un piccolo paesino in provincia di Roma, nel 1934 assegnato alla nuova provincia di Littoria. All’età di undici anni Peppino inizia a vivere gli orrori della guerra, il suo paese è sulla linea Gustav, approntata dai tedeschi per respingere gli alleati. Per oltre nove mesi Castelforte viene pesantemente bombardato. Molti civili vengono trucidati dai tedeschi, ma anche sotto i bombardamenti degli alleati ne muoiono a centinaia, tra questi il padre di Peppino. Dopo questa tragedia, insieme alla sua famiglia, sarà costretto a sfollare.

Dopo la guerra il suo paese è completamente distrutto e così decide di rimanere a Latina, insieme ai tanti sfollati castelfortesi. Inizia a lavorare da adolescente, non si tira mai indietro, fa qualsiasi tipo di lavoretto. Lavorare nei bar è sicuramente la cosa che lo rende più felice. Per un periodo viene assunto al Bar Poeta, dove si impegna molto per cercare di apprendere il più possibile, perché sa che quasi tutti quelli che hanno lavorato in quel bar ne hanno aperto uno in proprio.

Peppino Di Marco e la sua amatissima moglie Adalgisa Zaccarelli

Dopo quell’esperienza viene assunto in un piccolo negozio del Consorzio Agrario a vendere olio e prodotti agricoli in via Eugenio di Savoia. Ma l’amore per il bar è più forte e va a lavorare dai fratelli Perrelli al Bar Mimì. Intanto incontra il suo grande amore, Adalgisa Zaccarelli di Roccasecca dei Volsci. Da lei avrà quattro figli, Giovanna, Giorgio, Giancarlo e Alessandro. Arrivano gli anni sessanta e anche il boom economico che fa sognare a tutti un futuro migliore. Peppino nel 1966 ha trentaquattro anni e decide che è arrivato il momento di mettere a frutto i suoi risparmi, per aprire un bar tutto suo. Il nome ce l’ha già in testa, vuole essere alla moda, decide così di chiamarlo Bar Jolly, come tanti hanno fatto nelle altre città italiane.

Peppino diversifica le offerte, desidera essere originale nel suo nuovo bar. È tra i primi a proporre la granita di caffè con panna, ma non una panna qualunque, fatta da lui artigianalmente come anche la cioccolata calda. Un’altra sua specialità è il tropical, fatto con latte, menta e orzata. Lavora così tanto che la domenica i suoi tavolinetti arrivano sino al negozio di scarpe del signor Paparcone. Siamo negli anni settanta e il Jolly è diventato un punto di riferimento per i giovani di Latina che affollano Piazza della Libertà. Gli anni ottanta però saranno terribili per Peppino e la sua famiglia.

Nel 1987 muore la moglie Adalgisa a cui lui è legato profondamente. Peppino purtroppo non riesce proprio a superare la perdita della sua amata, e dopo un anno si toglie la vita. Il figlio Giancarlo è l’unico che decide di continuare il mestiere del papà, gli altri hanno già scelto percorsi diversi. Giancarlo lo manda avanti insieme alla moglie Marina, ma il destino non fa sconti a nessuno e a volte è veramente crudele, si ammala e nel 1991 muore anche lui.

Giancarlo Di Marco, venuto a mancare appena trentenne dopo qualche mese dalla morte di suo papà Peppino

La moglie Marina rimane sola con due figli in tenera età, ma nonostante lo sconforto non si butta giù, deve pensare al futuro dei suoi figli, si rimbocca le maniche e continua con l’attività storica avviata da Peppino… A vent’anni dalla scomparsa di Giancarlo, qualche mese fa, un altro lutto ha colpito la famiglia Di Marco, l’ultimo figlio di Peppino, Alessandro, che è venuto a mancare improvvisamente.

Quei ragazzi del Giro di Peppe

Gino Bernardini, mio storico informatore del Giro di Peppe ricorda:

Il nostro quartier generale era il Bar Di Russo, ma quando aprì Peppino cominciammo a fare la spola tra i due bar, era un modo per avvicinarci al Mimì, perché era considerato il bar dei benestanti. Noi non avevamo disponibilità economiche, venivamo chi dalle case popolari, chi dal villaggio Trieste e allora consumavamo poco, davamo più che altro fastidio. Ogni tanto ci concedevamo un tropical da Peppino, ma il più delle volte ci faceva alzare dai tavolini perché non consumavamo nulla. Lui era una brava persona, ma era un fumino, sbraitava e noi tornavamo al Di Russo. Solo quando arrivava Francesco Porzi (Biscotto) non ci diceva niente nessuno, lui era l’attrazione e i bar si riempivano

Pino Maggiore è un altro che ha sempre frequentato il giro e ancora oggi, ogni mattina, lo si può incontrare davanti al Bar Jolly, con la sua immancabile sigaretta dopo una tazzina di caffè, che chiacchiera con qualche suo storico amico. Sono quelli che non hanno mai mollato la piazza, gli irriducibili e ascoltare i loro racconti per me è sempre affascinante.

Eravamo degli sfaccendati, facevamo scherzi, cazzaravamo in continuazione e Peppino si innervosiva, più di qualche volta ho bisticciato con lui, ma poi si calmava perché in fondo era un buono. Avevamo poco ma ci siamo divertiti davvero. Oggi la piazza è irriconoscibile, rispetto a quella che abbiamo vissuto noi

Marina Melone con la figlia Alessandra, dietro il bancone del Bar Jolly

Marina, Marco e Alessandra, le colonne del Bar Jolly

È pomeriggio presto quando incontro Marina e i suoi due figli Marco e Alessandra. A quell’ora non c’è nessuno in giro, la nostra città sembra un po’ sudamericana dopo l’ora di pranzo. E allora approfitto per conversare in tutta tranquillità. A parlare è Marco che ormai ha quarantadue anni. Come passa il tempo, lo ricordo nella pancia della mamma che lo ha avuto giovanissima.

Marco Di Marco, colonna portante del Bar Jolly, insieme alla mamma Marina e alla sorella Alessandra

Come vanno le cose Marco, vi siete ripresi un po’ dopo il periodo nefasto che abbiamo vissuto?

 Sicuramente molto meglio, per noi è stato difficile il periodo del lockdown, non solo dal lato economico, soprattutto per la mancanza di relazioni sociali, ci sono mancati i nostri clienti. Per chi è abituato a fare questo lavoro non è facile rimanere a casa

Come è cambiata Piazza della Libertà negli ultimi anni?

Piazza della Libertà ha avuto un tracollo, dopo che la Provincia ha azzerato la politica nel palazzo della Prefettura già da qualche anno. La Banca d’Italia ha chiuso definitivamente, poi se mettiamo pure la ztl che ci ha penalizzato tantissimo per la nostra posizione, direi che abbiamo passato anni migliori. Per non farci mancare nulla, in questi ultimi tempi hanno aperto diversi bar a poche decine di metri dal nostro

Come vi difendete dalla concorrenza?

 Continuando a fare quello che faceva mio nonno, utilizzare prodotti di alta qualità e dare un ottimo servizio, anche a domicilio. Inoltre organizziamo piccoli rinfreschi

In che rapporti siete con gli altri bar storici della piazza?

Ottimi, sia con i fratelli Di Russo che con Cristina e il papà Bruno del Bar Mimì

Senti ma il tropical lo fate ancora? E la panna è sempre artigianale?

Certo, come cinquant’anni fa

 

Intanto sorseggio un ottimo decaffeinato preparato dalla sorella Alessandra. Per un attimo li guardo, e trovo bellissimo vedere le nuove generazioni mandare avanti le attività storiche di famiglia. Prima o poi però un tropical tornerò ad assaggiarlo.