Sabino Vona, il comunista che scoprì l’ affresco di Mussolini al “Vittorio Veneto”

Sabino Vona, il comunista che scoprì l’ affresco di Mussolini al “Vittorio Veneto”

9 Gennaio 2022 0 Di Emilio Andreoli

A Latina c’è sempre stata una contrapposizione forte tra destra e sinistra, negli anni di piombo se le sono date di santa ragione e, a quei tempi, era difficile che potessero nascere amicizie tra le opposte fazioni. Ora non se le danno più, però i rimasugli di rabbia sono rimasti, ma per fortuna solo nei social.  Io invece adoro le persone trasversali, quelle che sanno guardare oltre la propria ideologia, quelle che si aprono verso il prossimo pur rimanendo fedeli al loro pensiero e che sanno discutere senza emanare rabbia per chi la pensa diverso. Ecco, se devo pensare a una persona che ha avuto queste qualità, nei miei racconti non poteva mancare Sabino Vona. Tra l’altro il 6 gennaio sarebbe stato il suo compleanno e quindi ho voluto raccontarlo per rendergli omaggio.

 È il 18 dicembre del 1936 e a Littoria si inaugura il Regio IstitutoVittorio Veneto”, il Duce fa velocemente il giro nella nuova scuola e si sofferma nell’aula magna dove ci sono due grandi affreschi del pittore Armando Rapanà. In quelle raffigurazioni manca lui e quindi borbotta qualcosa, l’incarico per modificare i grandi dipinti viene affidato nel 1937 ad un altro artista, Attilio Ravaglia, che inserisce in una delle scene anche Benito Mussolini. Arriva il dopoguerra e la censura fa il suo corso, i due grandi affreschi spariscono. Sessant’anni dopo sarà un professore dell’istituto, a scoprire il mistero. Quel prof di geografia economica si chiamava Sabino Vona e se avrete la pazienza di leggermi fino in fondo, vi spiegherò come vi riuscì.

Chi era Sabino Vona

Sabino Vona nasce a Roccagorga il giorno dell’epifania nel 1943, quarto di cinque figli. Il papà Reginaldo è cantoniere, la mamma Reginalda si occupa della famiglia, hanno anche lo stesso cognome essendo parenti alla lontana. Sabino dimostra sin da bambino la sua spiccata intelligenza, dopo le scuole medie frequenta le magistrali e poi l’università di Roma nella facoltà di lettere. Appena laureato il suo professore lo vuole come assistente di geografia economica. Lì capisce la sua vocazione, l’insegnamento.

Partecipa a un concorso per una cattedra all’università di Roma e si classifica primo, ma la gioia dura un momento perché viene relegato al secondo posto da una sua collega raccomandata. Per lui, che non accetta compromessi e mai li accetterà, è la prima grande delusione. Il suo professore sa come sono andate le cose e gli propone una cattedra a Pavia, ma Sabino rinuncia e lascia l’università. Inizia così a insegnare nelle scuole dell’Agro Pontino.

Nel 1969 si sposa con Maria Alfreda, una ragazza del suo paese con la quale avrà due figli, Francesca e Gianluca. Nello stesso anno inizia a insegnare all’Istituto Tecnico “Vittorio Veneto” di Latina. Sabino è anche appassionato di politica ed è uno che sa comunicare molto bene, possiede delle grandi capacità oratorie. Entra così nel PCI e al suo primo comizio a Roccagorga, la mamma, essendo molto cattolica, si va a nascondere per la vergogna.

Sabino Vona in uno dei suoi tanti discorsi pubblici

Ma è nel 1972 che il partito gli offre una grande opportunità, nasce il Sindacato Scuola e viene nominato segretario. Alla sua guida, in soli due anni, il sindacato arriverà a duemila iscritti. Nel 1975 visto il successo ottenuto gli viene proposto di entrare nella segreteria provinciale del partito, ma lui ha delle perplessità. Si accorge che ci sono lotte interne che non gli piacciono proprio, decide così di rimanere un semplice professore prestato alla politica, abbandonando definitivamente l’idea di divenire funzionario del partito comunista e rinunciando a qualsiasi compenso, insomma di rimanere un uomo libero.

1991, Sabino Vona in una conferenza dei sindacati

Arrivano gli anni di piombo e Sabino che si occupa di politiche del lavoro, dal Lazio in giù, rischia grosso con le Brigate Rosse. Il prefetto gli consiglia di armarsi, ma lui conosce solo le armi delle parole. In effetti il rischio c’è eccome, una notte incendiano l’auto del sindacato, però non si spaventa e continua imperterrito nelle sue battaglie politiche. Al Vittorio Veneto organizza, nell’aula magna, incontri con personaggi politici e di cultura, ne ospiterà diversi: i ministri Giovanni Spadolini e Gianni De Michelis, l’attore e regista Nanni Loi, la scrittrice Dacia Maraini e molti altri.

Nel 1990 viene eletto sindaco di Roccagorga con il PDS ex PCI. Il suo compito è arduo perché il comune è al dissesto finanziario, ma nel suo mandato riesce a risollevarlo. Si inventa l’etnomuseo con la partecipazione di tutti gli abitanti. Dopo quattro anni non si ricandida, perché non in linea con i suoi compagni di partito, anche se i cittadini lo vorrebbero rieleggere, ma lui non accetta compromessi con chi vorrebbe imporgli interessi personali. Nel 1995, stanco e nauseato decide di lasciare la politica. Nella sua seconda vita si dedicherà all’arte, al giornalismo, alla scrittura e finalmente troverà le amicizie, quelle vere, che gli erano mancate nella sua vita precedente, addirittura con persone che ideologicamente sono il suo opposto.

1990, Sabino Vona viene eletto sindaco di Roccagorga

L’incontro con i figli Francesca e Gianluca, e la moglie Maria Alfreda

Grazie alla mia amica Giusi Caddeo, ex collega di Sabino, ho il contatto con Francesca Vona, che mi accoglie insieme al fratello Gianluca e la mamma Maria Alfreda. Inutile dire che in ogni angolo della casa si respira l’anima di Sabino. Libri, foto e ricordi di un uomo che ha lasciato un segno profondo nella sua famiglia. Più che un’intervista è una chiacchierata libera, intervallata da momenti di commozione seminascosti dalle mascherine. La mamma ascolta, ma ricorda date e aneddoti, anche se tradisce una forte emozione e lascia parlare a ruota libera i suoi figli. Mi dice Francesca:

Mio padre dopo l’esperienza politica sembrava rinato, prima lo vedevamo poco o niente perché partiva la mattina presto e tornava a notte fonda. Poi abbiamo visto in lui una serenità sconosciuta, piano piano si era disintossicato dalla politica. Aveva conosciuto persone con cui condivideva le sue nuove passioni. Mio padre non era capace di stare fermo, e in ogni cosa che faceva metteva tutto se stesso. Anche quando gli venne diagnosticata la malattia continuò a scrivere fino agli ultimi giorni della sua vita, riuscendo anche a concludere un libro commissionato dalla Regione Lazio. Fu proprio in quegli ultimi giorni che ci confidò della cattedra di Pavia a cui aveva rinunciato

Spiritualmente cosa vi ha lasciato vostro padre?

 Equilibrio e apertura mentale, ma anche di stare alla larga dalla politica” Concludono Francesca e Gianluca.

Il ricordo di Lidano Grassucci e Massimiliano Vittori

Lidano:

Io e Sabino abbiamo lavorato per anni insieme a fare libri, a fare format televisivi sulla pittura e sulla politica. Ci chiamarono a presentare i quadri in galleria a Milano e a me prese il panico e gli dissi: “Sabì, ma quisci ci capiscono nu che dicemo”, ma lui non aveva mai paura: “Damme retta semo i meglio”. Il critico d’arte che ci aveva preceduto era uno di quelli importanti, poi toccò a noi. Parlai io, e riassumendo dissi che siamo tutti digiuni d’arte e un’opera ci piace o non ci piace. Sabino rideva e io: “Ce su ditta ca nu non capiscemo un c… ma isso manco”. Quando scoprì gli affreschi con il Duce lo presi in giro, Sabino era comunista, ma voleva dire a tutti che aveva scoperto un pezzo di storia di Latina e che c’era Mussolini e non si poteva negare. Per vincere nel corso della storia, non devi negare quel che è stato, ma capire quanto di quello che è stato hai dentro, è questa la lezione di Sabino

E la storia della Lepinia?

Quella fu una goliardata nata in una serata forse troppo alcolica, Sabino era il regista dell’idea, la separazione dei Lepini da Roma. Abbiamo giocato per un po’ su questa cosa, complice anche l’allora presidente del Latina calcio Antonio Sciarretta, che fece fare pure le maglie per la squadra. Poi quando ci contattò un alto funzionario dello Stato, capimmo che avevano creduto davvero alle nostre goliardiche provocazioni. Addirittura un onorevole aveva presentato un’interrogazione parlamentare in merito ad alcuni movimenti secessionisti in terra pontina

Alcuni libri pubblicati da Sabino Vona, dopo il ritiro dalla vita politica

Massimiliano:

Conobbi Sabino tantissimi anni fa, ma la nostra vera amicizia nacque alla fine degli anni novanta. Un’amicizia profonda anche con frequentazione famigliare. Con lui feci diverse pubblicazioni, mi piaceva la sua curiosità e la sua onestà intellettuale. D’altronde gli affreschi fascisti, censurati dai comunisti, erano stati riportati alla luce grazie a Sabino, un vero comunista

Come conciliavate le vostre ideologie così differenti?

La nostra amicizia ci portava al di sopra delle ideologie. Sabino era una persona di altri tempi, di una correttezza disarmante. Pensa che una volta partecipammo a una fiera di libri a Sperlonga, dopo aver dormito in albergo il nipote prese l’asciugamano per andare in spiaggia e poi la portò via inavvertitamente. Sabino si preoccupò di chiamare in hotel per chiedere scusa e per rimborsarli. L’onestà era il suo principio fondamentale. Un mese prima di morire diede una festa nella sua casa di Roccagorga, mi invitò, ma sapendo la presenza di qualche politico gli dissi di no, lui però insistette e allora andai. Poi capii che era stato il suo modo di salutarci, di dirci addio. Al suo funerale vidi piangere un paese intero

Sabino e la scoperta degli affreschi fascisti dimenticati

Tutto ebbe inizio con la mostra del sessantesimo anno del “Vittorio Veneto”. Per reperire materiali e notizie, due gruppi di ragazzi capitanati da Sabino Vona e Sandro Tei, andarono all’archivio della Provincia, lì scoprirono che c’era una delibera del 1937 per la modifica degli affreschi. Sabino tornato nell’Istituto si era recato immediatamente nell’aula magna e con una chiave aveva grattato una delle pareti. Con stupore vide comparire un colore azzurrognolo. Dopo aver chiamato i suoi colleghi Sandro Tei e Augusto Cardarelli, fecero con un temperino dei minuscoli tasselli e apparve un bel colore ocra.

Si convinsero che lì sotto c’erano ancora gli affreschi. Il problema era reperire le risorse finanziarie per riportarli alla luce. Sabino con la sua grande perseveranza riuscì nel suo intento, ma ci vollero due anni solo per le pratiche burocratiche e i primi aiuti finanziari per iniziare l’opera. Dopo vari finanziamenti, l’ultimo ottenuto grazie all’impegno dell’onorevole Vincenzo Zaccheo presso il ministero per i beni e le attività culturali, finalmente nel 2002 l’inaugurazione della splendida aula magna con gli affreschi restaurati.

Il mio incontro con Sabino

Non ho avuto la fortuna di conoscere a fondo Sabino, ma ho avuto l’onore di averlo come relatore nella presentazione del mio primo libro. Era il 12 settembre del 2003, un giorno che non potrò mai dimenticare. La platea era piena e io nell’imbarazzo più totale, mi aiutò proprio lui a superare quel momento.  Mi spronò ad andare avanti nella scrittura, disse che leggendo il mio breve romanzo aveva notato una crescita di pagina in pagina e quindi avevo delle buone potenzialità. Se scrivo ancora lo devo anche a lui.

Sabino Vona è venuto a mancare il 9 settembre del 2008, ma quanto sarebbe giusto intitolargli quell’aula magna?!  

 

Nella foto di copertina Sabino Vona, al centro, con alle spalle gli affreschi prima del restauro definitivo.