Omessi silenzi, raccolta di poesie di Franco Frainetti

Omessi silenzi, raccolta di poesie di Franco Frainetti

28 Aprile 2022 0 Di Giancarlo Loffarelli

Il libretto di Franco Frainetti giaceva intonso, da giorni, sulla scrivania. Tanti e diversi impegni mi costringevano a rinviarne la lettura, che non voleva essere affrettata o ellittica. Poi, un giorno in cui si dirada, per me, una radura temporale, ho modo di sedermi e aprire, per la prima volta, questa silloge edita presso edizioni Croce nel novembre 2020 dal titolo misterioso Omessi silenzi, con una prefazione della poetessa Gabriella Sica e una postfazione del professor Rino Caputo, dantista di fama internazionale.


Conoscevo, di Franco Frainetti, alcuni volti: il compaesano ironicamente empatico, il finissimo ed erudito pittore, il docente affabilmente esigente. Me ne compare un quarto, di volto, spesso anticipato e ora finalmente disvelato: quello del poeta profondo ed elegante.
Fin dal titolo, l’opera si presenta come un rovesciamento di prospettiva: in genere, sono le parole che possono essere omesse proprio per lasciare spazio al silenzio. Frainetti, al contrario, coagula le sue settantasei poesie, qui raccolte, attorno alla sfuggente immagine di silenzi che, se vengono omessi, è proprio per lasciare spazio alla parola poetica che, quando è tale, non si presenta come l’opposto del silenzio, ma come una delle modalità del suo manifestarsi.
A ribadire l’immagine (ma la necessità di farlo è soltanto editoriale, perché un libro ha bisogno di una copertina che incuriosisca il potenziale lettore) la riproduzione di un’opera del 1915 del pittore Kazimir Malevič dal titolo Quadrato nero in cui una lineare cornice inquadra, appunto, un quadrato nero.
Le poesie vanno lette, non possono essere riassunte. E ognuna di esse ci fa imboccare uno dei tanti percorsi che il labirinto dell’opera di Frainetti propone. Ogni percorso potrebbe avere un segnavia a tracciarne la strada: i colori, le immagini, le forme…
Mi piace imboccare, in questo mio tentativo (inevitabilmente fallimentare) di lasciar intravedere il mondo poetico di Frainetti, il percorso principale di questo labirinto, quello indicato dal titolo, dedicato al rapporto fra le parole e il silenzio.
Cosa siano le parole Frainetti lo esprime in una poesia che possiamo indicare (come le altre della silloge, che non hanno titoli) con il primo verso: Gracili le parole.
Gracili le parole,
sono colori
voci
frammenti
segni
silenzi…
*
E nella nebbia
I miei passi scuciti…

La gracilità con cui Frainetti definisce le parole rimanda, nella mia memoria, all’innocenza delle parole che Heidegger trova nel primo dei cinque “detti-guida” con cui scandisce la sua conferenza del 1936 Hölderlin e l’essenza della poesia. Il poeta, che vive la propria arte esclusivamente di parole, è consapevole della fragilità della materia che dovrà modellare, un’argilla che rischia perennemente di sgretolarsi. E, all’interno di questa poesia, parole sono considerati gli stessi silenzi che, fin dal titolo, proprio come le parole, possono anche essere omessi.

Ma i silenzi, per Frainetti, sono altra cosa dal silenzio. Nella poesia Le cose non dette, infatti, egli ci indica cosa non è il silenzio, poiché le cose non dette sono falsi silenzi:
Le cose non dette
pesano dentro
Ombre senza luce
imprigionate e mute:
falsi silenzi.
E questo modo di darsi del silenzio può essere letale:
Annego
in un silenzio letale
protagonista
di un esilio di parole
tra menzogna e follia.
Poiché il silenzio così inteso è destinato a costruire soltanto chiusura:
Nell’abbuio del mio silenzio
mi lascio andare dimenticato
nel vortice di un sogno
senza vento.
*
Chiuso
nel tuo respiro
non ho finestre
per un altro sole.

Ma, dunque, per Frainetti cosa sono i silenzi autenticamente intesi? Dobbiamo attendere La mia vita
perché il poeta lo accenni:

La mia vita
è questa stanza.
Catturato dal silenzio
ozio sul deserto
di un bianco foglio.
Sognatore fingo di non vedere
e mi appoggio alle menzogne
dei miei fantasmi.

In questo breve e densissimo componimento poetico, Franco Frainetti sembra districarsi fra le tensioni opposte della realtà dell’esistenza e della finzione dell’arte. E lo fa con la sorniona ironia che chi lo conosce sa essere lo strato più comunicativo della sua personalità. Dalla chiusura nella stanza a cui il poeta si costringe, quasi curvo sul foglio che, vuoto, appare come un deserto, egli vola via sostenuto dalle ali del sogno e della finzione perché, paradossalmente, ha trovato slancio in quell’ozio contemplativo di latina memoria che costituisce il vuoto, il silenzio appunto, da cui, per il poeta, nasce la sua ispirazione.

 

Quadro: Kazimir Malevič dal titolo Quadrato nero