Istanti, una raccolta di versi di Franco Frainetti
27 Ottobre 2024I componimenti di Franco Frainetti hanno la forma della poesia epigrammatica. Ma dell’epigramma classico, quello, per esempio, di Callimaco o Marziale, essi conservano la struttura breve e fulminante, non il registro comico che, invece, nella tradizione epigrammatica era così presente.
Il mondo trascinato da Frainetti dentro i suoi epigrammi è, invece, una realtà percepita da una prospettiva che si direbbe espressionista, in cui le contrapposizioni sono potenti e nette, colte da una prospettiva solitaria e, spesso, smarrita.
Nella sua silloge Istanti, pubblicata dalle edizioni Croce, la cifra stilistica dei suoi componimenti ci viene annunciata fin dalla copertina, che riporta un dipinto dell’Autore del 1978 dal titolo La sedia rossa. Si tratta di un quadro in cui domina la sedia rossa del titolo in un equilibrio precario. Ebbene, questo tema dell’equilibrio precario, della costante tensione fra la tranquillità della stasi e la sua perdita, è, a mio avviso, il basso continuo dell’intera opera la quale, non più pittura ma poesia, affida la sensazione della perdita dell’equilibrio alla dinamica degli opposti.
Le poesie collocate fra le pagine dieci e venti sono percorse, infatti, da un continuo rincorrersi di opposti: notte, sole, suono, silenzio, buio, luce, fino a uno dei tanti compendi che troviamo nel libro di Frainetti, a pagina quarantaquattro: “Quando non saprò/ più che dire,/ ti parlerò/ con gli occhi/ di un cane/ scacciato.// Fogli/ bianchi/ spogli:// notti/ infeconde.”
Un esito cupo, evidentemente pessimista in cui il foglio bianco, l’impossibilità di scrivere è legato alla condanna dell’infertilità.
E proprio questo aspetto ci indica l’altro grande tema della raccolta di Frainetti: la poesia. Uno dei componimenti della raccolta Istanti ha come tema proprio la poesia e qui noi, pur nella sua brevità, leggiamo una sorta di compendio della poetica di Frainetti: “Poesia/ sei il mio angolo/ imperfetto.// Esploro l’incompiuto/ rumore delle stelle/ l’ansa/ di un ritorno.// Cercarti nella notte/ in un pugno/ di luce.”
La poesia per l’Autore non è un angolo confortevole da cui osservare il mondo. Come la sedia in disequilibrio del quadro riportato in copertina, è un “angolo imperfetto” da cui il poeta esplora “l’incompiuto”. E ciò che qui viene detto a proposito della poesia, in un altro componimento è esteso alla parola in quanto tale: “Siamo solo parole/ non il significante/ ma il suono.// Dispersi/ i miei versi/ come uccelli/ in un cielo/ senza sole.// Il margine umido/ del silenzio/ è solitudine/ delle tue notti.” Si consideri qui la prima terzina, in cui l’uomo viene identificato con la parola ma, per evitare ogni fraintendimento che intenda la parola come densa di significati a cui rimanda, Frainetti precisa, implacabile: “non il significante, ma il suono”.
Se, dunque, la poesia è un’esplorazione dell’incompiuto compiuta da chi è soltanto suono, a che serve? Frainetti lo dice nel componimento a pagina cinquantaquattro: “Mi fingo sosia/ di me stesso/ per raccontarmi/ la vita.” Troviamo qui un’eco del pirandelliano rapporto tra vita e forma: all’incessante fluire della vita, il poeta cerca di affiancare il (fallimentare, per lui) tentativo di raccontare quella vita a se stesso.
C’è, infine, nella raccolta di Frainetti una poesia in cui egli svela da dove provenga questa visione della vita e della poesia. È un momento in cui l’Autore si “spoglia” (parola che ricorre in diverse poesie) di ogni maschera. Si tratta del componimento in cui, parlando al passato, egli rivela un tempo giovanile vissuto nell’impegno e ora guardato con malinconico disincanto, in cui, con le parole di Nietzsche, legge una stagione ben identificabile della storia occidentale, quella in cui, alla luce di potenti ideologie si pensava di poter cambiare il mondo: “Imbrattavamo i muri/ di parole rosse,/ paladini/ di un dio morto.// Povere gocce nel mare.”
Lucido, malinconico, autoironico disincanto, questo di Frainetti, in cui i muri ricoperti di slogan ora gli appaiono semplicemente “imbrattati” da una generazione di “paladini”, cavalieri senza macchia e senza paura di un dio, cioè di certezze ideologiche ormai prive di significato, poiché, oggi, egli pensa che il mondo non avrebbe mai potuto esser cambiato da quei giovani, fra i quali egli si annovera, che erano soltanto “gocce” nel mare della storia.


