Latina e il non segno del contemporaneo: il caso Reggio Emilia
22 Gennaio 2025Reggio Emilia è una città italiana, poco più grande di Latina. Seguo in TV un servizio su questa città. Mi parlano e mi fanno vedere le opere di Calatrava: i ponti, la stazione ferroviaria medio padana. Salto i servizi sui musei pubblici e privati, sul teatro e mi domando: dove è il segno del contemporaneo a Latina? Dove la città in cui vivo si cimenta con il segno presente? Vedo il rifondare di una fantomatica architettura razionalista, vedo culti feticci su una prima metà del ‘900 che non ricordiamo alla storia per il costruire ma per il distruggere. Vediamo una città che non rivendica suggestioni nucleari di cui fu, invece, veramente protagonista. A Latina per riparare un ponte al mare ci stiamo mettendo più di quanto ci mette una lumaca per arrivare qui partendo da Velletri. Latina non ha segni contemporanei, non ha il sedime del tempo, ma il suo vuoto. E’ Marte e non è Terra. Non accetta le sfide del recupero urbano ma abbandona lo spazio usato. Il palazzo Key sarebbe una grande sfida, il mercato annonario sarebbe una grande sfida, la stazione ferroviaria di Latina scalo sarebbe stata una grande sfida. Finiranno tutte per perdersi nel buco nero di una università che assorbe tutto, gli appalteremo anche il mare. Latina nasce come la città di domani, vive come la città di un ieri prossimo. Potevamo fare un grande polo di ricerca sull’ energia, imbustiamo medicine con brevetti scaduti pensando di salvare vite. Anche in Italia lavoriamo per un nuovo nucleare sicuro… Ci proponiamo per il padel, per i pattini a rotelle ma mai per qualcosa di domani. C’è qui il mito di Nino Corona sindaco, il sindaco del teatro che però resta non chiuso ma manco aperto nel limbo mediocre di essere niente. Reggio Emilia è la città del tricolore, della repubblica cispadana, qui siamo venuti in una res privata senza bandiera.


