La cultura di Latina, le culture che fanno la differenza e gli stati generali senza il terzo stato

La cultura di Latina, le culture che fanno la differenza e gli stati generali senza il terzo stato

12 Febbraio 2025 0 Di Lidano Grassucci

Sono figlio di una cultura che “non sapeva leggere” ma sapeva comprendere un dipinto sulla gloria del Signore. Sono figlio di una cultura che “non sapeva parlare” ma parlava in latino e conosceva i paladini di Francia, i versi di Dante e li ripeteva in ottava rima tra un bicchiere di vino che aveva un ritorno d’aceto e non era mai gentile. Se avessi somministrato a quegli uomini di cultura antica il prosecco avrebbero commentato “quisso è vino di cartina”.

La cultura è tramandare ciò che chi era prima di te ha compreso ed ha fatto sì che tu sia quello che sei oggi: un uomo.

A Latina cosa è la cultura? Cercare di mostrare di essere “politicamente corretto” e di non cercare radici ma di mostrare broccati solo “made in China”.

Ho visto a Parigi la sfilata di Dolce e Gabana, una sartorialità incredibile (sono figlio di sarta), mostrando la donna siciliana, la raffinatezza di una provincia del mondo che ha dato al mondo la bellezza di Cielo d’Alcamo 

Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state, le donne ti disiano, pulzell’ e maritate: tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate; per te non ajo abento notte e dia, penzando pur di voi, madonna mia

Dentro questi versi c’è l’italiano che poteva essere, il siciliano che è, l’occitano dei trovatori, i suoni del francese da venire.

Vedete quanto è difficile. La cultura non è mai un festival, come pensano a Latina, ma quotidiana vita da vivere, amore da amare, è una strada diritta che porta alla terra santa e che porta dalla terra santa a qui colui che divenne santo ma prima aveva “creato” quel credo del creato, Paolo di Tarso e poi a finire quello che l’altissimo ha cercato e di San Tommaso che  qui finisce il suo pensiero su Dio dopo aver girato il mondo da Colonia a Parigi, fino a Roma e va in cielo a Priverno.

Vi dico queste cose perché la cultura è apertura, non è analisi su quanti dicono di “fare cultura”. Alberto Sordi ricordava sempre come suo padre gli spiegò la grandezza, l’immenso: lo porto tra i vicoli stretti e bui di spina di Borgo a Roma (oggi c’è via della Conciliazione) e dopo tanta “strettura”, tanto “nero” voltò l’ultima angolo e immenso si aprì Piazza San Pietro... questo è cultura, il padre che dona stupore al figlio per lo stupore manifestato a lui quando era figlio.

La cultura non cala mai dall’alto ma viene su come l’umidità in un palazzo dal basso. In questa mia città la cultura è “eventi” mai è stata atto, azione, trasgressione irrazionale.

Cosa sono gli Stati generali della cultura? Chi è il terzo stato? Chi è il clero? Chi sono i nobili? E la cahier de doléances chi la sta scrivendo? In questa città tutto diventa banale, diluito e perde di senso.

Leggo sul giornale di questi stati generali come si legge di un fulmine a ciel sereno, come si legge di un istante rispetto all’infinito tempo dell’universo.

Avrei cercato per iniziare a parlare di capire che fantasma si aggira per queste lande, avrei cercato due poeti in ottava rima e li avrei portati a teatro per far capire la grandezza del Dante che è in noi. Avrei aperto la pinacoteca comunale come priorità non della cultura ma della politica cittadina e avrei fatto un tempo lungo di vergogna senza distinzione di parte per le condizioni in cui teniamo quel luogo dei libri della memoria che chiamiamo biblioteca.

Sono certo che parleranno di fondazioni ma non di fondamenta, di chiome e non di radici, parleranno con accento romanesco versione Spinaceto e non con il suono dolce del veneziano, con l’incedibile del friulano con la durezza del mio sestino che viene direttamente dal latino e con la bellezza del corese nella sua intelligente presunzione. MI piace pensare che Paolo di Tarso a Borgo Faiti incontrò uno di Sezze che gli chiese “ma a chi sarischi figlio tu?”, “di che gente su?” e poco più in là a Tres Tabernae uno in corese a suo volta gli spiega “che n’cima a se montagne sperduti e lontano ci stevono sulo, sperdugni e lontanoi, quattro sezzici e doa o tre normiciani”, e San Tommaso era ghiotto di falia, a San Paolo piacquero i carciofi

Ma non potete capire nel vostro mondo idroponico

Gli stati generali? Quanto è lontano lo spirito giacobino di Francia, manca il terzo stato.

E non esiste la cultura ma mille culture, mille fiori dentro lo stesso prato.