Il “Modello Bukele”: Sicurezza, Tecnologia e Diritti tra El Salvador e il Resto del Mondo
8 Giugno 2025In un contesto globale segnato da nuove sfide alla sicurezza, molti governi stanno rivedendo le proprie strategie per garantire ordine e stabilità. Negli ultimi anni, El Salvador ha attirato l’attenzione internazionale per la sua drastica politica di sicurezza pubblica, guidata dal presidente Nayib Bukele. Attraverso misure rigide, come la costruzione del mega-penitenziario CECOT e l’arresto di oltre 84.000 sospetti membri di gang, il paese ha registrato un netto calo dei tassi di omicidio.
Dal 2022, il governo salvadoregno ha dichiarato uno stato di emergenza che ha consentito arresti di massa e la sospensione di alcune garanzie costituzionali. Secondo dati ufficiali, il tasso di omicidi è sceso a 1,9 per 100.000 abitanti nel 2024, uno dei più bassi dell’America Latina.
Il successo percepito della strategia di Bukele ha ispirato altri paesi dell’America Latina. L’Ecuador ha manifestato interesse nell’adottare un approccio simile per affrontare l’aumento della criminalità. L’Honduras ha annunciato la costruzione di una mega-prigione da 20.000 posti, mentre la Costa Rica ha mostrato apertura verso il modello salvadoregno: il ministro della Giustizia ha visitato il carcere CECOT per studiarne il funzionamento.
Tuttavia, diverse organizzazioni per i diritti umani hanno denunciato abusi, tra cui detenzioni arbitrarie e condizioni carcerarie inadeguate. Il carcere CECOT, con una capacità di 40.000 detenuti, è stato criticato per sovraffollamento e mancanza di trasparenza.
Parallelamente, El Salvador ha integrato tecnologie avanzate nella propria strategia di sicurezza. Il governo ha installato sistemi di videosorveglianza con riconoscimento facciale, finanziati da un prestito della Banca Centroamericana per l’Integrazione Economica, con l’obiettivo di monitorare e identificare membri di gang nelle aree urbane.
Tuttavia, l’uso del riconoscimento facciale solleva numerose preoccupazioni. Studi hanno mostrato che questa tecnologia può essere imprecisa, specialmente nei confronti delle persone di colore, contribuendo potenzialmente alla discriminazione sistemica. Inoltre, la mancanza di trasparenza e di meccanismi di controllo nell’utilizzo di tali strumenti rappresenta un ulteriore elemento critico.
Applicare un modello simile in contesti differenti, come l’Italia, presenta sfide radicali. Da un lato, l’ordinamento italiano è profondamente radicato in una cultura costituzionale garantista, dove i diritti dell’imputato e il principio di presunzione d’innocenza sono cardini irrinunciabili. Dall’altro, il nostro Paese affronta da anni gravi problemi legati al sovraffollamento carcerario (con un tasso del 132,4% e un aumento dei suicidi), alla criminalità organizzata e all’inefficienza del sistema giudiziario.
Anche l’uso del riconoscimento facciale in Italia è sottoposto a forti limitazioni. il Sistema SARI (Sistema Automatico di Riconoscimento Immagini) è una tecnologia di riconoscimento facciale utilizzata dalle forze di polizia italiane, progettata per confrontare immagini di volti con database contenenti fotografie di soggetti noti (ad esempio persone schedate o ricercate). È sviluppato per scopi investigativi e non (attualmente) per il monitoraggio in tempo reale delle persone nello spazio pubblico.
Il sistema SARI si articola in due versioni principali:
1) SARI Enterprise (versione utilizzata a scopo investigativo). Consente il confronto tra immagini statiche (foto da telecamere, social media, fotogrammi video) e i database in possesso delle autorità (es. schedari segnaletici della polizia). Non effettua riconoscimenti in tempo reale. Viene utilizzato per supportare le indagini, ad esempio per identificare volti in un filmato dopo un crimine.
2) SARI Real Time (versione pensata per il riconoscimento facciale in tempo reale tramite videocamere installate in spazi pubblici). Destinata al monitoraggio preventivo di potenziali sospetti in aree sensibili (stazioni, eventi pubblici, ecc.) non è attualmente attiva in Italia a causa di forti contestazioni da parte di autorità indipendenti, ONG e giuristi.
Sottoposta a moratoria fino al 31 dicembre 2025, come stabilito dal Garante per la Protezione dei Dati Personali, il sistema SARI gode di un quadro normativo molto particolare poiché l’uso in tempo reale non è regolato da una legge specifica del Parlamento italiano, il che rende problematico il suo impiego. (Codice della privacy (D.lgs. 196/2003, modificato dal D.lgs. 101/2018): disciplina il trattamento dei dati biometrici, tra cui rientrano i dati del volto. Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR – Regolamento UE 2016/679): impone che il trattamento dei dati biometrici avvenga solo in casi specifici e con forti garanzie. Garante per la Privacy: ha più volte espresso perplessità sull’uso di SARI, soprattutto nella versione Real Time, ritenendolo una possibile violazione dei diritti fondamentali se non regolato da una base giuridica chiara, trasparente e proporzionata.)
Diverse organizzazioni (come Amnesty International, Privacy International, Hermes Center) hanno sollevato l’allarme sul possibile abuso del sistema per finalità di sorveglianza di massa temendo che il riconoscimento in tempo reale possa portare a una sorveglianza continua e generalizzata, incompatibile con una società democratica. In più, come altri sistemi di riconoscimento facciale, anche SARI potrebbe essere soggetto a errori, in particolare nel riconoscimento di volti non caucasici, con rischi di discriminazione.
Il modello di sicurezza di El Salvador rappresenta un caso di studio complesso. Se da un lato ha portato a una drastica riduzione della criminalità, dall’altro ha sollevato interrogativi importanti riguardo ai diritti umani e all’impiego di tecnologie invasive. Per paesi come l’Italia la vera sfida è trovare un equilibrio tra efficacia nella lotta alla criminalità e tutela delle libertà fondamentali. L’adozione di tecnologie avanzate, come l’intelligenza artificiale, deve necessariamente essere accompagnata da regolamentazioni chiare e trasparenti, affinché la sicurezza non venga ottenuta a scapito dei diritti civili.
In conclusione, il “Modello Bukele” offre spunti stimolanti per affrontare la criminalità, ma la sua eventuale applicazione in altri paesi deve tenere conto delle implicazioni etiche, legali e culturali, garantendo che la sicurezza non comprometta i principi democratici e i diritti umani.


