Latina come il Disco di Festo: la città che ancora non sappiamo leggere
13 Luglio 2025C’è un oggetto che affascina studiosi e sognatori da oltre un secolo. Si chiama Disco di Festo, viene da Creta e nessuno, ancora oggi, è riuscito a decifrarlo davvero. Un rebus inciso nella terracotta, un messaggio rivolto forse agli dei, forse agli uomini. Forse a nessuno.
Ecco: Latina è il nostro Disco di Festo.
Una città progettata a tavolino, razionale nei viali eppure irrazionale nelle scelte urbanistiche. Una città che sembra sempre sul punto di rivelarsi, ma che si blocca un attimo prima. Che si racconta con parole tutte uguali – bonifica, razionalismo, fascismo, fondazione – ma ha bisogno di un nuovo alfabeto per dire chi è diventata oggi.
Latina è la città dei simboli muti.
Piazze vuote. Palazzi a metà.
Cantieri eterni. Speranze accese e poi spente.
Come il Disco, è piena di segni che sembrano parlare, ma di cui non abbiamo ancora capito il significato.
Perché la vera domanda da porsi non è: “Che città vogliamo diventare?”
Ma piuttosto: “Chi siamo, davvero, adesso?”
Per decifrare Latina serve una chiave nuova, che non si trovi nei manuali di architettura o nei verbali delle commissioni. Serve uno sguardo collettivo. Serve una visione. Quella che manca da troppi anni.
E senza visione, anche le opere pubbliche più ambiziose sono come ideogrammi su creta: belle da vedere, ma mute.
Non bastano i rendering. Non bastano i lavori in corso. Non bastano i progetti presentati con le slide e poi dimenticati nei cassetti.
Latina ha bisogno di una narrazione condivisa, non più imposta.
Di un senso. Di una lingua che parli non solo ai tecnici, ma ai ragazzi, alle famiglie, a chi è rimasto e a chi è andato via.
O decifriamo Latina, o resterà per sempre un geroglifico moderno: affascinante, ma inaccessibile.
Un disco di Festo urbano che ci parla, ma che nessuno capisce.
E allora forse vale la pena cominciare a studiarla davvero, questa città. Ascoltarla.
Capire cosa ci sta dicendo, al di là dei simboli, delle rotatorie, dei lavori pubblici.
Perché Latina, come il Disco di Festo, non è muta.
Siamo noi che ancora non abbiamo imparato a leggerla.



…secondo me, non c’è nulla da leggere…Latina mi sembra un gigantesco capannone, riempito da miriadi di operai ed impiegati, dalle 8 di mattina alle 5 del pomeriggio e poi tutto fuori, ognuno verso casa propria, dove si parla e si mangia in veneto, in ferrarese, in napoletano, in marchigiano, in abruzzese o pugliese…una “città” refrattaria ad ogni tentativo di crearle un’anima…i romani che abitano allo scalo/30 minuti dal centro di Roma, non sentono il bisogno di un’altra identità, per dire…
Nulla da dire. È passata la voglia di parlare di Latina. Città morta, sporca e brutta. Abitata da gente musona e sempre ingrugnata. Basta. Non ne parlo più. S. Falconi.
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Vero ma quando si faranno un esame di coscienza