Sessanta croci nell’inferno delle carceri

Sessanta croci nell’inferno delle carceri

16 Ottobre 2025 0 Di Fabio Fanelli

Il suicidio di Elena Gurgu, 26 anni, a Sollicciano: una vita spezzata come tante altre, nell’indifferenza generale

Aveva solo ventisei anni, ma portava addosso il peso di un’esistenza intera.
Elena Gurgu era fuggita a quattordici anni dalla Romania per cercare una vita migliore. Ha trovato invece le strade fredde d’Europa, la droga, la prostituzione, le manette. E infine il carcere di Sollicciano, dove il 7 settembre ha deciso di impiccarsi nella sua cella. È stata la sessantesima persona a togliersi la vita in un penitenziario italiano nel 2025.

Sessanta suicidi. Sessanta vite dimenticate. Sessanta storie che raccontano molto più di quanto la statistica lasci intendere.
Perché dietro ogni gesto estremo c’è una solitudine che non abbiamo voluto vedere, un dolore che non abbiamo voluto ascoltare.

L’inferno dietro le sbarre

Le nostre carceri sono diventate luoghi dove il tempo non passa, dove l’aria pesa e la dignità si consuma come un mozzicone di sigaretta.
Sollicciano, Poggioreale, Rebibbia, San Vittore: nomi che ricorrono come in un rosario laico della disperazione. Celle sovraffollate, personale insufficiente, assenza di cure psicologiche. E soprattutto, l’abbandono.

Ogni suicidio è una condanna collettiva.
Non solo di chi non ha retto alla prigione, ma di una società che ha smesso di credere nella possibilità del riscatto.
Elena era entrata in carcere dopo una vita di ferite, dopo aver perso un figlio affidato ad altri, dopo aver cercato affetto nei posti sbagliati. Nessuno l’ha mai davvero salvata.
Nemmeno noi.

L’ultimo saluto

Mercoledì, al cimitero di Trespiano, c’erano otto persone attorno alla sua bara bianca. Otto persone che hanno scelto di esserci, mentre il mondo voltava pagina.
Don Stefano Casamassima, cappellano di Sollicciano, ha detto parole semplici e vere: «Siamo qui per affidarti al Padre, che conosce da sempre la tua dignità».

In quelle parole c’è tutto: la dignità negata, la solitudine, la pietà.
Elena vi saluta, ha scritto sul muro della cella. Forse era la sua ultima richiesta di attenzione, il suo modo per dire “guardatemi, almeno adesso”.

Una domanda che resta

Sessanta suicidi in dieci mesi non sono un incidente.
Sono un urlo collettivo che nessuno vuole sentire.
Sono la fotografia di un sistema penitenziario che punisce senza rieducare, che chiude senza curare, che isola senza ascoltare.

Finché la vita di una detenuta varrà meno di un titolo di cronaca, finché dire “giustizia” significherà solo “pena”, continueremo a piangere altri nomi, altre croci.
E continueremo a fingere che la libertà, quella vera, sia solo fuori da un cancello di ferro.

Ma non è così.
Perché ogni volta che una vita si spegne in carcere, non muore solo un detenuto.
Muore un pezzo della nostra umanità.