Affitti troppo alti? Smart-working può essere una soluzione!
2 Dicembre 2025In un Paese che da anni vive una tensione continua sul costo degli immobili, la domanda più semplice è spesso quella che nessuno vuole affrontare davvero: perché non estendere lo smart working a tutti i lavori che non richiedono presenza fisica? È quasi ironico pensare che interi uffici continuino a esistere solo per abitudine, per una cultura del “ti vedo quindi lavori”, mentre una parte crescente dell’economia potrebbe funzionare ugualmente, se non meglio, da remoto. Il paradosso è evidente: difendiamo la ritualità del badge, del corridoio e della scrivania personale mentre fuori, nelle città, gli affitti continuano a esplodere, e milioni di persone si spostano inutilmente ogni giorno per fare un lavoro che potrebbero svolgere esattamente allo stesso modo dal proprio salotto.
L’argomento più sottovalutato, però, riguarda il patrimonio edilizio. Se davvero si adottasse lo smart working su larga scala per tutte quelle mansioni che non hanno alcun bisogno della presenza: analisti, grafici, programmatori, consulenti, amministrativi, metà del terziario avanzato… un’enorme quantità di uffici verrebbe liberata, creando un effetto immediato: un surplus di spazi in aree urbane oggi ingolfate. E quando l’offerta supera la domanda, i prezzi scendono. È economia Elementare! Oggi invece la resistenza allo smart working si traduce nella difesa indiretta della rendita immobiliare: mantenere gli edifici pieni, o quantomeno giustificati, serve a non far crollare il valore di interi quartieri costruiti attorno all’idea che la presenza sia obbligatoria.
È qui che la discussione diventa politica nel senso più concreto: non ha nulla a che vedere con produttività, spirito aziendale o “ritorno alla normalità”. Ha a che fare con il fatto che svuotare gli uffici, riconvertirli, riutilizzarli come residenze, co-housing o spazi pubblici significherebbe scardinare uno dei pilastri del mercato immobiliare urbano. Significherebbe ridurre i prezzi delle case, ampliare l’offerta, costringere i grandi proprietari a rivedere al ribasso gli affitti. In altre parole, lo smart working diffuso ha un potere redistributivo che pochi vogliono ammettere: sposta valore dai proprietari a chi abita davvero la città.
Il punto è che nessuno lo dice apertamente. Si parla di “ritrovare la socialità”, come se fosse la macchinetta del caffè a generare comunità. Si evocano teorie psicologiche improvvisate sulla presunta pigrizia del lavoratore remoto, mentre gli stessi studi internazionali mostrano che la produttività da casa non solo regge, ma spesso aumenta per chi svolge mansioni individuali o digitali. Si ignora il beneficio ambientale: meno traffico, meno emissioni, meno pendolarismo insensato. E soprattutto si evita accuratamente di nominare l’elefante nella stanza: una città dove migliaia di metri quadrati di uffici vengono riconvertiti a uso abitativo è una città più accessibile, meno cara, più vivibile. È una città che redistribuisce ricchezza semplicemente cambiando il modo in cui si lavora.
Alla fine, la domanda è quasi imbarazzante nella sua semplicità: se uno smart working intelligente ridurrebbe i costi, migliorerebbe la vita di milioni di persone, abbatterebbe il traffico e renderebbe le città più accessibili, perché non farlo? Forse la risposta non riguarda il lavoro, ma chi ha interesse a mantenere tutto esattamente com’è.
Forse chi possiede una buona parte, se non una grande parte degli immobili, incentivi politiche che aumentino il valore dei propri immobili… Immobili! Stella!


