Viale Don Morosini, il “Playground” e il fascio verde.
13 Aprile 2026
Esiste una forma di ignoranza che è più pericolosa della mancanza di studio: è l’ignoranza di chi ignora deliberatamente la storia, l’estetica e la funzione vitale dei luoghi che amministra. A Latina, inizierà il cantiere per pavimentare il 30% dell’area verde di Viale Don Morosini per far posto a un “Playground”. Scelta insensata, un vero e proprio atto di cecità urbana. Viale Don Morosini non è un semplice spartitraffico. È l’ultimo, vero viale alberato del centro storico di Latina, l’unico “corridoio verde” rimasto intatto all’interno del nucleo urbano di fondazione. In una città nata da un disegno di “città giardino”, dove il verde era concepito come elemento di benessere, decoro e igiene; oggi si decide di soffocarlo sotto uno strato di massetto cementizio ricoperto da policromi materiali sintetici. A Latina, siamo al paradosso della modernità: mentre il mondo intero parla e opera per rimuovere il cemento per far respirare la terra, si avviano processi di riforestazione urbana per eliminare le isole di calore, gli amministratori del Comune vanno in direzione opposta. Vogliono sfigurare l’identità di un viale storico per un’opera che potrebbe essere collocata ovunque, senza distruggere l’ossigeno del centro. Un’opera completamente de-contestualizzata: il progetto “Sport Illumina”, associato al termine “Playground” (ma non eravamo per il Made in Italy anche linguistico?!?), è un’iniziativa del Ministero per lo Sport e i Giovani, realizzato con i fondi della società dello Stato “Sport e Salute”. Per tutta Italia saranno spesi 31,8 milioni di euro, beneficiari gli 85 Comuni selezionati, partecipanti al bando pubblico. L’intenzione del Ministero è quella di trasformare uno spazio pubblico in un bene comune, ammantando tutto il progetto con le due magiche parole, oggi di gran moda: “rigenerazione urbana”. L’obiettivo del bando -testuale- è: “illuminare le zone d’ombra delle città (periferie o aree abbandonate) contrastando solitudine e disagio sociale”. Ma viale Don Morosini vi sembra una zona d’ombra, periferia o area abbandonata della città? Qui, pur di realizzare un qualsiasi e anonimo “Playground”, uguale in altre 84 città italiane, si ignora che quella striscia di terra è l’eredità di una pianificazione che vedeva nel verde il connettore tra parco cittadino (i Giardinetti) e i viali e le piazze della originaria “Città Giardino” della giovanissima Littoria. Il “giardino romano” ben descritto nel testo a commento della sezione “Il Giardino del Novecento” della bella mostra “Ville e Giardini di Roma: una Corona di Delizie”, dall’architetto Raffaele de Vico, nel quale si descriveva come il regime fascista considerava quale standard nazionale, il verde pubblico, non solo come svago, ma strumento di educazione civile e politica. La pianificazione urbanistica del verde durante il ventennio si concentrò su tre grandi filoni: la celebrazione dei caduti (parchi della rimembranza), il decoro dei lungomari e le città di fondazione. Di quella stagione è anche la costituzione, 25 gennaio 1934, del Parco Nazionale del Circeo, voluto dal regime, grazie alla lungimiranza di botanici e tecnici dell’epoca che vollero lasciare una testimonianza storica di quella che era stata la “grande selva” del Circeo, così da preservare un lembo importante dell’antica e selvaggia foresta planiziale, precedente la bonifica integrale, a protezione di un ecosistema -allora come oggi- unico. Molti dei parchi urbani dell’epoca furono progettati da Raffaele de Vico, insieme a Marcello Piacentini, vero regista dell’estetica urbana fascista, imponendo uno stile che miscelava la tradizione del giardino all’italiana (siepi di bosso e simmetria) con le pulite linee del razionalismo. Se i nostri amministratori conoscessero queste storie, forse avrebbero più rispetto e cultura dei luoghi che amministrano. Infine non si considera l’aspetto della qualità ambientale e sociale: depavimentare a favore di aree verde-natura, che riducono le isole di calore, è l’inizio di un virtuoso modello di adattamento climatico nel medio e lungo periodo. Piantare alberi e rinaturalizzare piazze e viali non è un vezzo estetico, ma un’esigenza di salute pubblica. Cancellare la permeabilità del suolo in viale Don Morosini, significa contribuire a distruggere nel breve termine un brano di verde urbano nel nucleo di fondazione, da sempre ricco di socialità. Se oggi, quella socialità si è persa, la causa è da ricercare unicamente nella mancanza di funzioni nel quartiere e nel degrado sociale imperante da anni. Non sarà certo l’ennesimo parco giochi a risolvere simili criticità. Noi vogliamo e abbiamo bisogno di più alberi e meno cemento. Abbiamo bisogno di amministratori che sappiano valorizzare ciò che già abbiamo, senza svendere l’anima verde della città in nome di una “riqualificazione” che somiglia più a un’amputazione. Viale Don Morosini non merita tutto questo.


