Una pozza di acido, quando il teatro ti spiega il dolore
22 Maggio 2026Legalità. Stare dalla parte della legge è il tema dello spettacolo andato in scena oggi al teatro D’Annunzio di Latina. Un terreno non facile, se usciamo dalla retorica dell’essere “buoni” per cercare, invece, di essere “giusti”. Essere giusti significa rispondere prima alla morale che è dentro di noi, e poi alle regole del vivere civile.
Ogni volta che si parla di questo, penso a un carabiniere in un paese sperduto sulle Madonie: è solo, mentre gli altri sono altrove, lui solo con la propria famiglia. Ecco chi è un eroe. E penso ai carabinieri che l’8 settembre del 1943 restarono nelle loro stazioni per rimanere fedeli al Re e a quel popolo che sarebbe diventato sovrano con la Repubblica, che proprio lì nasceva. Così è sempre; così è da sempre.
Non amo le parole vuote, ma…
a questo spettacolo mi ha invitato Luca Velletri, di cui condivido l’humus delle origini e quell’idea socialista che sui nostri monti trova, proprio nel nome Velletri, la testimonianza della sua storia. Luca canta, Luca è voce narrante di coscienza. Luca è la prova di come si possa combattere l’orrido attraverso la bellezza, con arte. L’Italia è nata per il canto, per la lirica, per la poesia e per l’arte: non esiste un eguale al mondo. Altri popoli nascono per tasse da pagare o per soprusi da cancellare; noi nasciamo per Verdi, per quel “Patria sì bella e perduta”.
La mafia? Sta agli antipodi del mito.
Come si combatte la mafia? Sulle mie montagne lo si fa con l’orgoglio di non dare del “lei” a nessuno, di non sentirsi inferiori a nessuno, rispettando l’altro per quello che è.
Un bimbo sciolto nell’acido? I bambini, i mammocci, sono sacri. Sacri per il criminale, sacri per il prete, sacri per il medico, sacri per il Papa. Sacri. L’antimafia? È questo senso del sacro.
Giovanni Falcone, insieme al ministro socialista di Grazia e Giustizia Claudio Martelli, istituì la superprocura contro la mafia. Furono capiti poco, anzi per nulla, dai “duri e puri”. Oggi Falcone è morto, e Borsellino pure. E oggi si rischia sempre di essere tutti assenti, pur se con la coscienza a posto.
Lo spettacolo? Come tutta l’arte è “suggestivo”, solo che qui la tragedia non è finzione come nella lirica, ma la riproposizione di una tragedia greca vera. E’ uno spettacolo parlante, è le grida forti di un corpo di ballo che si fa popolo e si veste di orgoglio per dire no alla mafia.
Tragedia greca nella Magna Grecia.
Il teatro può tutto, perché toglie la polvere del bisogno di dire di essere nel giusto, lasciando nudo solo il dovere di essere giusti.
Valeria Vallone è l’autrice di questo lavoro dalla tensione civile mai banale. La voce di Luca Velletri (che ha curato anche la parte musicale, la direzione) fa da didascalia a colori, sfumando in rossi che sono sangue, dolore, passione. Diventa grido di rivolta civile.
Sopra una pozza di acido, la “signora calunnia” recita meglio di una verità.
Qui sta il senso profondo di uno spettacolo spettacolare, che aiuta a pensare e che avvolge, in nuvole di lenzuola bianche, spettatori non più indifferenti, ma attori della vita civile.
L’ho visto al teatro D’Annunzio a Latina, tutto di un fiato. Un solo segno stonato chi si è alzato per “altri impegni” che davanti ai ragazzi non esistono perché loro sono il nostro unico impegno di domani.


