Lezione di Resistenza vera di Luca Velletri

Lezione di Resistenza vera di Luca Velletri

5 Giugno 2026 0 Di Luca Velletri

Quelli che sanno dire no: la Resistenza prima della Resistenza

​In questi tempi bui la storia si riscrive troppo spesso non per capire il passato, ma per reinterpretarlo ad uso e consumo dell’oggi. Non solo: si commette l’errore imperdonabile di leggere lo ieri con le categorie del presente. Ma non si possono capire i greci con i valori dei monaci medievali, né si possono decifrare gli Aztechi con le categorie degli aborigeni australiani.

​Quella che pubblico qui non è una storia nata per farsi “manuale”, ma per essere vita vera degli uomini. Ce la racconta Luca Velletri, riguarda la sua famiglia e, di riflesso, riguarda la mia gente: perché da quella famiglia è transitato il riscatto delle plebi, tra le mie plebi. È una testimonianza che non deve dimostrare nulla, perché ha la verità in sé.

​Al mondo esistono “quelli del poi”, esistono quelli che stanno sempre con chi comanda. E poi ci sono gli altri — pochi — capaci di fare scelte difficili quando è difficile farle. Ringrazio Luca per il profondo sentimento di queste righe. I suoi protagonisti non hanno bisogno di teoremi: sono stati, e questo è bastato. (L.G.)

​La scelta

di Luca Velletri

​Ricorrono gli ottant’anni della nostra Repubblica, nata dalla guerra di liberazione combattuta da quegli italiani che scelsero di prendere le armi contro la furia nazifascista al fianco delle forze alleate. Fu una guerra lenta, infinita, che impose alla popolazione civile un tributo incalcolabile di sangue e dolore.

​Ma la Resistenza, a mio avviso, è anche — e forse soprattutto — altro.

​Non è stata soltanto quella dei seicento giorni di Salò; è stata, ancor prima, quella vissuta durante il ventennio della dittatura fascista. Parlo della Resistenza delle innumerevoli e spesso misconosciute persone che in quegli anni interminabili furono discriminate, alienate, private dei diritti e dei beni, private della libertà di esprimere le proprie idee. Gente ridotta alla fame per non aver voluto prendere la tessera del partito; padri e madri che non indossavano la camicia nera né di sabato, né in nessun’altra occasione comandata, pagando in prima persona il prezzo della propria disomologazione dal pensiero dominante.

​Queste persone hanno vissuto per anni una quotidianità fatta di arresti proditori, di botte, di purghe, subendo ogni tipo di mortificazione fisica e morale. E hanno conosciuto la solitudine profonda di una vita da “diversi”, da “inavvicinabili”, in un contesto dove nemmeno il prete era amico, nemmeno la chiesa era casa, e dove un semplice saluto per strada diventava un pericolo per sé e per i propri cari.

​Li chiamavano “sovversivi”…

​Erano coloro che, pur di continuare a credere nei propri ideali, venivano privati del mestiere e confinati, lasciati senza mezzi di sussistenza per sfamare i figli o i vecchi genitori. Chi rimaneva nelle proprie città veniva umiliato, offeso e messo in croce, talvolta fino alla morte.

​Conosco storie di questo tipo in molte realtà del nostro Paese, dove chi si sentiva forte del consenso e dell’impunità ha commesso ogni sorta di reato ai danni di chi non poteva difendersi, agendo il più delle volte in branco, con grassazioni e prevaricazioni inaccettabili per qualsiasi coscienza. Eppure quelle persone, anche dietro le sbarre o sotto la violenza, sono rimaste profondamente “libere” ben prima che la libertà collettiva venisse riconquistata; una libertà gridata e pagata a prezzo della vita.

​Conosco questa storia perché è la storia della mia famiglia.

​E vedere oggi questa foto di mia zia, Clementina Calligaris Velletri — che mi è stata gentilmente omaggiata restaurata a colori — mentre riceve i ringraziamenti e i complimenti per essere stata una delle prime tredici donne italiane ad assumere un ruolo nelle istituzioni democratiche del nostro Paese, non riempie solo d’orgoglio un nipote che la ricorda con intatto affetto. Mi riporta alla mente e al cuore quanto sia costato poter vantare quell’orgoglio. Un’intera vita, tante intere vite, senza mai abbassare la testa.

​Nel caro ricordo di zia Clementina, di zio Temistocle, di nonno Clemente Senesio, di zio Carlo e di mio padre Bernardo. E di tutti quei “resistenti” davanti a qualsiasi plebiscito.