Quattro chiacchiere con il contadino Tribbulzio

Quattro chiacchiere con il contadino Tribbulzio

5 Giugno 2026 0 Di Davide FacilePenna

Non sono un ultras del biologico, biodinamico e diavolerie simili, ma la verdura e frutta poco trattata mi piace molto perché, semplicemente, è più buona di quella cresciuta con pesticidi, diserbanti e fertilizzanti chimici. Per procuramene un po’ vado a trovare qualche amico contadino che ha le terre nella zona tra Sermoneta e Doganella di Ninfa. Uno di questi ha la mia età e, tantissimi anni fa, prendevamo l’autobus insieme per andare alle scuole superiori a Latina. Il mio amico contadino avrebbe potuto fare qualsiasi cosa avesse voluto dopo la maturità perché era bravissimo, ma ha deciso di continuare la tradizione di famiglia come coltivatore diretto. Lo chiamo Tribbulzio perché da ragazzo (erano i primi tempi dell’inchiesta Mani Pulite) faceva ripetere al nipote di tre anni il nome di un posto che, in quei mesi, stava sulle prime pagine di tutti i giornali, il Pio Albergo Trivulzio. Il nipotino diventava rosso in volto e urlava, tutto d’un fiato, pio albergo tribbulzio. Tribbulzio manda avanti con la sua famiglia un’azienda agricola in cui coltiva grano e alleva vacche da latte. Fa una vita impegnativa segnata da una dedizione totale alla terra e alle “bestie”, come chiamano gli animali da allevamento da queste parti. Non ha giorni di festa né ferie e i ritmi della sua vita sono davvero scanditi dai tempi e dalle bizze della natura. Gli chiedo di parlarmi a ruota libera del suo mondo perché ne sento fin troppe sui giornali e tv e perché di lui mi fido. Non si fa pregare e ne viene fuori un racconto come al solito in chiaroscuro. Una realtà in cui i figli dei coltivatori diretti tendono ad abbandonare un settore che richiede una dedizione totale a fronte di guadagni molto limitati e soprattutto incerti. Mi racconta subito che lui ha vissuto sulla sua pelle cotta dal sole il famoso cambiamento climatico. Non sa e non si azzarda a dire se il cambiamento climatico sia colpa, solo, dell’uomo (anzi è scettico su questo) ma che lui lo viva questo cambiamento è vero. Lo ha notato in modo particolare con un fenomeno, la siccità, che fino a venticinque anni fa era inesistente dalle nostre parti, se non in alcune singole annate. Dal 2003 mi dice essere diventata sistematica la siccità, soprattutto nei mesi invernali. Sostiene che la mancanza delle precipitazioni invernali e autunnali è la peggiore, perché le piogge d’inverno sono quelle che permettono davvero all’acqua di bagnare, in profondità, la terra. Le cosiddette “bombe d’acqua” non servono a niente perché l’acqua rimane in superficie ed evapora subito. La siccità porta, sempre più spesso, il Consorzio di Bonifica a razionare l’acqua in estate, fatto che pesa molto su chi coltiva i cereali che hanno bisogno d’acqua soprattutto nei mesi più caldi. Un problema enorme quello del razionamento d’acqua, anche perché nell’agro pontino insistono, da anni, grandi appezzamenti di kiwi che richiedono annaffiature profonde e regolari durante tutto l’anno. Mi dice Tribbulzio che vorrebbero poter risolvere il problema coi pozzi privati ma non gli è permesso perché i pozzi agricoli sono considerati derivazioni di acque pubbliche e per realizzarli e prelevare l’acqua è richiesta un’autorizzazione. Mi racconta che per far andare i mezzi meccanici utilizzano la nafta agricola che è un carburante sottoposto a un regime di accise agevolate. Per questo motivo viene razionato e fornito dagli enti locali alle aziende in proporzione alle terre coltivate, col rischio che si può, in caso di lavoro extra, restarne sforniti. Dice che la nafta agricola è sì un vantaggio per il costo più contenuto rispetto al gasolio normale ma è anche una necessità per coprire gli elevati costi di produzione a fronte dei guadagni limitati dei coltivatori. Ammette pure, onestamente, che qualche suo collega ne faccia un uso non sempre consono. Tribbulzio non è certo tenero col suo mondo. Come quando mi dice che qualcuno che va a lamentarsi di essere sull’orlo del fallimento per colpa del commercio sleale degli agricoltori esteri, in realtà si trova in difficoltà perché fa il passo più lungo della gamba e se ne vanta pure. Tipo quando certi contadini comprano trattori giganteschi e costosissimi, come il Fend o il Rostselmash, giusto per far vedere che sono i più fighi del bigoncio sui social. Gli chiedo se, per quelli come lui, ci vorrebbero prezzi minimi garantiti per i prodotti che vendono o misure protezionistiche ma scuote la testa “se obbligano a dare a me due euro per un kilogrammo di grano che vendo, quanto la dovete pagare voi la pagnotta dal fornaio? Dieci euro? Le persone poi sposterebbero il consumo su altri prodotti”. Tribbulzio offre tre soluzioni alternative: abbassare le imposte e le tasse, aumentare la quota di nafta agricola per azienda, razionare l’acqua tenendo conto, in modo più paritetico, di tutte le colture o liberalizzare i pozzi agricoli. Non so se siano misure fattibili ma ora capisco un po’ di più di quel mondo e me ne torno a casa con sei uova e una busta di pomodori costoluti che faranno la gioia del mio palato e quello di Sara.