Zibaldone di Lidano
13 Giugno 2026«Che bel nome che hai» è il motto dell’associazione dei Lidano in via di costituzione. È bastato pronunciarlo perché in tanti, dei pochi che siamo, ci si ritrovasse. Come lava che fremeva sotto un vulcano dall’inevitabile eruzione.
Lidano diventa Li, che indica un posto e, giocando, pare essere Lì da nu… Lì da noi. Lidano contiene una casa, un’utopia, una meta che è partire, sì, ma per tornare da noi. Lidano è un errante che cerca il ritorno: siamo Ulisse, e Itaca è lontana, remota, apparentemente dimenticata.
Lidano è un viaggio ancorato. Lidano è il pezzo di un puzzle che ha come riferimento una terra che si bagna ma non ha il mare; che nasconde l’acqua per farla poi riposare, dove nulla corre e il vento sposta le cannelle.
Li dan(n)o.
Direte: fai giochi di parole? Dico che è un gioco.
Mio nonno Lidano venne di persona il 17 aprile 1961. Stivali di pelle, calzoni alla zuava, cappello in testa, camicia di flanella senza cravatta. Si presentò con le gambe arcuate per via della cavalcata e uno sguardo che sarebbe stato feroce, se non fosse stato solo. Fermo, mi guardò senza toccarmi. Sapeva che io sarei stato dopo, lui era il prima, e che insieme saremmo stati poco poco. Ma da quel momento, e fino all’ultimo momento, saremmo stati uno: uguale il nome, uguale il cognome, uguale il soprannome, uguale il non avere padrone.
Mica si parla da Lidano a Lidano. Le Jattucce parlano poco, a meno che non giochino con il vino; allora si passano il destino.
Poi, ai miei quattordici anni, venne, mi guardò come il primo giorno e mi diede il compito per sempre:
«Gl’omo po’ i a dormi puro alle 4 della domano, ma alle 5 se arizza e va a fadia…»
Non disse altro. Prese il cappello, lo mise in testa e, guardandomi fisso, aggiunse:
«E sto cappeglio non se leva manco dinnanze agli papa».
Soffrì tanto prima di morire, perché non puoi tenere fermo un carrettiere. È come tenere un gatto in gabbia, un gufo legato per la zampa, un anarchico al servizio della prepotenza. Per me lui era Dio, forse di più. Per lui, io ero lui.
Se ne andò che non poteva scendere le scale con la bara: erano troppo strette. Lo avvolsero in un lenzuolo bianco, si era fatto piccolo piccolo. Lo portarono giù come si portavano i morti da seppellire nelle Sacre Scritture. Poi la bara, che lo aspettava nell’androne del portone, e… non ci siamo più visti.
Ogni tanto vado al cimitero e leggo il mio nome. Lui mi guarda; ha una foto a cui manca un orecchio, lo rifecero con il lapis.
Tra poco nessun Lidano leggerà se stesso su una lapide. Io vi ho voluto solo raccontare che senso ha un nome. Il mio — pardon, quello di nonno — che era anche di suo nonno, che… Sono finiti i tempi, sono passati mille anni, e adesso facciamo un bel coro di sirene.
Ah, dimenticavo: a Ferro di Cavallo nonno portò a bere il mulo, e un lupinaro (un lupo mannaro) spaventò la bestia. Lidano governò l’animale, si fece aggressivo contro il male e salvò il quadrupede e il bipede. Il giorno dopo, alla luce piena del giorno, andò dal licantropo e gli disse fermo:
«Se l’arifai, t’accido».
Non si incontrarono più.
Ecco come passavo il tempo con nonno, che poteva tutto, pure spaventare un lupinaro. Storie che non avremo più da raccontare.
«Che bel nome che hai…»
«Sì, mi chiamo Lidano».


