L’ecologia dei conservatori al teatro romano di Terracina
13 Settembre 2026Il teatro è quello romano di Terracina; il libro è L’ecologia dei conservatori di Nicola Procaccini, pubblicato per i tipi di Giubilei Regnani con la prefazione di Giorgia Meloni. È il resoconto di un dialogo tra me e l’autore, tra un vetero-socialista e un conservatore militante. Eppure il nodo centrale emerge subito, spiazzante: Nicola Procaccini, eurodeputato di Fratelli d’Italia, cita Gramsci con quel suo “odio gli indifferenti”.
Si comincia con un “eroe”, per usare le parole del libro: Paolo Colli, padre fondatore dell’ecologia sociale e di destra. Iniziamo da lui: “Il vero ecologista non è chi vuole tornare indietro, ma chi sa guardare al cuore dei problemi; chi sa proporre soluzioni di ampio respiro in cui scienza, tecnica ed economia siano parte della natura vivente e non dalla parte del profitto ad ogni costo”.
In questa definizione risiede l’animo del lavoro di Procaccini: l’idea che la natura sia casa, sia famiglia, sia una tradizione capace di trovare nuovi equilibri.
E dall’altra parte? L’avversario ideale viene incarnato in una figura quasi mitologica — metà Castro e metà Marx — ovvero l’olandese Frans Timmermans, padre del Green Deal. Procaccini rintraccia l’impostazione “illiberale”, “totalitaria” e ideologica di quella visione nel bisogno della sinistra di sostituire la vecchia utopia comunista e il suo “paradiso” con l’integralismo ambientalista. Nascono così percorsi come la decrescita felice e la negazione dell’umano all’interno della natura, sulla scia delle tesi di Malthus e Rousseau che percepiscono l’uomo come un corpo estraneo e la sovrappopolazione come una piaga.
L’idea conservatrice risponde citando Pier Paolo Pasolini, quando lascia il suo testamento poetico al giovane fascista: “difendi, conserva, prega”. Dentro c’è quel bisogno di radici che per Pasolini era l’unico antidoto all’uomo-massa da descrivere nelle periferie metropolitane. È bello giocare dialetticamente con la militanza politica autentica, contrapposta alla semplice “occupazione” della politica.
E il clima? E il mondo che bolle? Procaccini racconta della foto sul sussidiario di sua figlia, dove si legge che “la Terra ha la febbre”. Una possibilità che viene trasformata in certezza, e dopo la febbre la fine. Eppure, se la storia di questo pianeta fosse compressa nell’arco di un solo anno, la presenza del genere umano occuperebbe soltanto gli ultimi quindici minuti del 31 dicembre. Abbiamo la febbre? Forse, tra un’era glaciale e una interglaciale, bisognerebbe lasciar spazio al dubbio.
Una conversazione lunga, la nostra. Mi rendo conto che di solito qui si usano le domande. E a sinistra? Già, dalla mia parte mi pare si sia finito per recitare un messale: la negazione del dubbio e una serie di ordini per un uomo che non c’è, che forse non si può avere. Un uomo perfetto, concepito solo perché si vorrebbe essere diversi da ciò che si è.
È stata una conversazione priva di luoghi comuni. E, di questi tempi, non mi pare poco.


