I cento anni della pasticceria Pongelli a Priverno

I cento anni della pasticceria Pongelli a Priverno

3 Ottobre 2019 0 Di Stefania Paoloni

Il bar pasticceria gelateria Pongelli di Priverno questo autunno festeggerà cento anni di attività. Era il 1919 quando Carmine Pongelli, papà di Francesco (nella foto con la figlia Paola) tornò dall’America ed aprì l’attività in via Consolare nello stesso locale dove è ancora oggi.

Possiamo tranquillamente affermare che questo è stato il primo bar-pasticceria non solo di Priverno ma addirittura della provincia di Latina.

Incontro Francesco, Checchino per tutti in paese, nella sua attività. Il suo sorriso è cordiale, è soddisfatto, orgoglioso e quasi incredulo ed emozionato per questo centenario.

Mi vuole raccontare come è nata questa attività? Inizialmente era di suo padre Carmine, poi è toccato a lei e ora ai suoi figli, Carmine e Paola. Cento anni, tre generazioni.

E’ nato si può dire per amore di mio padre per mia madre. Mia madre era una bellissima donna. – Sorride – Mio padre era emigrato in America nel 1913, era il primo di cinque figli. Li lavorava in un grande albergo, in cucina dove c’era un pasticcere e imparò i primi rudimenti del mestiere. Era a Buffalo, nello stato di New York.

Perché è tornato?

Tornò per sposarsi con mia madre nel 1919, dopo la guerra. La mia nonna materna, che aveva solo quella figlia, gli diede un ultimatum: “Se la vuoi, devi rimanere qui.”

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Carmine e Agostilia Pongelli

Continua a ridere di gusto e continua:

Mio padre era rimasto “folgorato” da mia madre così accettò la condizione e aprì qui quello che lui chiamava lo “store”. Il locale era molto più piccolo di ora. Mia madre stava sempre al bancone, lui impastava le ciambelle al latte, al vino. Poi man mano ha iniziato a prendere il banco per impastare, la prima macchina per il caffè. Prima il caffè si faceva facendo bollire l’acqua in un tegame di rame, si aggiungeva il caffè, si faceva addensare un po’ e poi si filtrava. Quando comprò la prima macchina per il caffè, intorno al 1938-39 era a carbone, poi a legna. Era grande, alta, di ferro con due bracci laterali dove i clienti potevano vedere uscire il caffè dal bancone. Acquistò il primo forno elettrico dopo la guerra, io ero giovincello, ancora lo conservo. L’attività cominciò a crescere da quel momento.

Quando ha iniziato a fare prodotti di pasticceria vera e propria?

Negli anni 1920-1925 lui andava sempre a Roma a rifornirsi e conobbe in quegli anni un pasticcere che lavorava al quartiere Brancaccio. Erano diventati amici e nel giorno di riposo lui veniva a Priverno ad insegnare a mio padre quello che faceva a Roma.

Chi erano i clienti abituali dell’inizio che ricordi?

Soprattutto uomini. Erano clienti fissi il proprietario del cinema, Rodolfo Reali, il mugnaio Coletta, l’impiegato della banca, quello della Pretura. C’era un’atmosfera familiare. Venivano anche i soldati della divisione Piave, poi anche i soldati tedeschi che stavano a San Martino venivano qui vicino perché  qui vicino c’era un locale con il biliardo.

Questa attività ha resistito anche agli anni della seconda guerra mondiale?

Si abbiamo passato gli anni della guerra.  Era gennaio del 1944, le due di pomeriggio quando la prima bomba colpì una abitazione in via Maurizio Quadrio qui a Priverno. Mio padre aveva mandato me e mio fratello a casa di don Angelo Masi a studiare il latino. Io avevo 13 anni, mio fratello 15, in quegli anni il paese era deserto. I tedeschi facevano le razzie. Quando tornammo verso le 15.30 il bar era pieno di gente che si era venuta a rifugiare per scampare al bombardamento. Un’altra bomba cadde poi neanche a dieci metri da qui. Ricordo allora le pareti del bar erano piene di specchi con i reclami dei liquori, ce ne era uno con disegnato un leone con in bocca una bottiglia. Andò tutto distrutto quello che c’era dentro, specchi, liquori, ma le volte hanno retto al bombardamento.

Quali sono stati i primi dolci prodotti?

All’inizio le ciambelline con il vino, con il latte. Poi con il forno più grande anche la pizza dolce, la zuppa inglese che mio padre aveva imparato a fare in America e che ancora facciamo come allora. A forma di cupoletta, con l’albume montato a neve spalmato sopra e ricamato con il sacco a poche e poi infornata fino a farla dorare. Le famose pesche che facciamo sempre, anche quelle quasi da subito, è uno dei nostri prodotti storici. Un’impasto lievitato bagnato con il liquore e unito dalla crema pasticcera.

Pasticceria-Pongelli-Priverno

Mentre mi spiega il procedimento della zuppa inglese la sua tranquillità è la stessa di un maestro che vuole trasferire il suo sapere ad altri.

Lei è cresciuto nell’attività dei suoi genitori, non ha mai pensato di fare altro?

No, non mi piaceva studiare, sono sempre stato qua. Per poco ci nascevo anche.

Mia madre fino a che non sono nato si può dire che ha lavorato qui, era il 31 dicembre del 1932 e il caffè era aperto per festeggiare l’anno nuovo. Alle cinque del mattino, mi hanno raccontato che iniziò a sudare, l’hanno vista che cominciava a cambiare colore in volto, si vedevano sul viso i primi segni del travaglio hanno dovuto mandarla a casa e poco dopo sono nato.

Quali sono stati gli anni più floridi dell’attività in questi cento anni?

Sicuramente il periodo che va dagli anni ’60 agli anni 90, fino agli anni di tangentopoli il periodo più florido in assoluto. Prima si lavorava anche con la politica, durante le campagne elettorali si facevano tante cene e i ristoranti ci ordinavano tavolate intere di dolci. C’eravamo solo noi.

 

L’atmosfera è familiare, si conoscono tutti. Entra una signora più o meno dell’età di Francesco, Checchino come lo chiamano tutti, qualcuno la informa che tra qualche mese ricorre il centenario dell’attività. Lei resta sorpresa e poi gesticolando si rivolge a lui:

“Davvero cento anni! Ah, se queste mura potessero parlare. Checchì, ti ricordi quando…”

Nel bar pasticceria gelateria Pongelli è passata un po’ della storia del paese di Priverno. Oggi l’attività la portano avanti i figli di “Checchino”: Carmine, Paola e parte della famiglia. Lui è sempre presente, come le sue pesche storiche e uniche. In una cornice il riconoscimento Slow food Lazio di Arsial dove si legge:

“Ad una piccola-grande azienda familiare testimone di un’arte dolciaria senza tempo e radicata al territorio e alle sue tradizioni.”

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