Traducete questi setini, ordine di tribunale “italiano”

Traducete questi setini, ordine di tribunale “italiano”

9 Ottobre 2019 0 Di Lidano Grassucci

Dio mio non  so più chi sono. Leggo un articolo su queste colonne di Emilio Andreoli, racconta di bar di Latina dove i bambini non capivano l’idioma, si ordinava il caffè in friulano. Bello il suono di quella lingua e ancor più dolce il cispadano. Lingue che sono venute qui ospitate da generosità ancestrali. Poi… mi telefona Graziella di Mambro la mia collega, ed amica, di  Latina Oggi: “Lidano qui in tribunale, a Latina, stavano discutendo un caso di estorsione, la vittima e l’altro erano setini e l’intercettazione telefonica riportava la conversazione in dialetto, il giudice ha ordinato la traduzione”. Come la traduzione? “Sì, non capivano”.

Dio mio, mi sono perso. Penso, quando mi arrabbio, in setino, lo faccio pure con gli amici miei stretti, sogno talvolta in italiano ma poi mi perdo nelle parole di nonna, ogni tanto mi risuona il veneto di mamma. Ma io chi sono, non sono italiano? Eppure nonna in setino mi disse dell’orgoglio di Porta Pia, della bandiera dei tre colori, ma come mi traducete.

Come non capite, come dall’alto in basso ci segnalate “stranieri”. Ora, che abbiamo strani pensieri è vero che ci piacciono poco le guardie, ma “a tempo perso” siamo italiani. Anzi, signor giudice siamo gli italiani di qui, siamo gli italiani di questa maremma che vi ospita tutti e non vi abbiamo mai tradotto, vi abbiamo accolto, vi abbiamo dato speranza di questa frontiera, ora ci traducete? Non ho nulla per chi viene da altro mondo, ma qui noi ci siamo da mille e mille anni ed ogni parola della nostra lingua è latino, e sdegno di ciascuno che qui c’è venuto a trovare: francese, catalano, spagnolo, tedesco, greco o arabo, o turco che fosse. Non abbiamo mai tradotto, abbiamo sempre accolto, capito, ascoltato.

Le parole pesano, qui a Latina non si traduce il setino ad un italiano, si spiega il setino nel suo italiano. L’italiano è la lingua fiume che prende acqua da mille e mille torrenti, ciascuno pieno di acqua nuova e il fiume non muore.

Non si traduce, signor giudice, il setino si chiarisce, si spiega perchè è italiano, è l’anima di quella lingua del si che è nata per somme non per sottrazione.

Dio mio ma io so che sono: sono un italiano libero di avere una patria che parla fiorentino e una matria che parla setino ma tutte e due sono amori italiani.

Signor giudice ci perdoni se può, ma siamo intraducibili perché se non ci capite non siete italiani.

A, e i o u alla scola non ci voglio i più, voglio i a pasce le pecorelle accosì’ me magno le caciottelle

ed è la strofa setina che capisce ogni bimbo dal Brennero a Lampedusa come noi capiamo;

«Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
  per te non ajo abento notte e dia,5
  penzando pur di voi, madonna mia».

è di Cielo D’Alcamo che è siciliano.

Perchè la prima non la capisce chi non ha amato la libertà al posto della scuola, la seconda chi non ha mai amato.

 

Nella foto la Stele di Rosetta, quella che ha tradotto i geroglifici egiziani