Le ansie immobiliari dei sindaci di Latina

Le ansie immobiliari dei sindaci di Latina

5 Dicembre 2019 0 Di Lidano Grassucci

I sindaci di Latina una volta che indossata la fascia tricolore si sentono non a capo di una comunità, ma direttori di agenzie immobiliari. L’ultima ansia, di Damiano Coletta, è quella per l’acquisto della ex sede della banca d’Italia in piazza della Libertà.

Ma è l’ultimo episodio perché il Comune ha acquisito già, con Ajmone Finestra, l’ex zuccherificio di Latina scalo che doveva essere il più grande centro intermodale del mondo, non ci sono manco i binari. Sta lì abbandonato.

Anche Vincenzo Zaccheo ha fatto acquisti acquisendo l’ex Icos sulla ex Mediana, oggi 148. Sta lì, inutilizzato.

Da anni il Comune ha gli ex capannoni del consorzio agrario, oggi usati per il mercato annonario in precario, ma comunque con destinazione a futuro. Vuoto è il mercato annonario originale, vuoto è il garage Ruspi, il teatro è vuotissimo, la cittadella giudiziaria è in via di decadenza. Per tacere delle varie isole ecologiche… dimenticate, dell’ex bar del mercato del martedì, il mai mattatoio di Chiesuola, il mercato dei cocomeri di Borgo Grappa.

Senza omettere l’ex Rossi sud, ma quella fu questione di Provincia e il Comune è “innocente”. Capisco, e si capisce, la voglia del Comune, e dei sindaci, di far bella figura, ma le cose si acquistano se servono, altrimenti si lasciano ad altri attori.

L’ansia del possesso edilizio è stata seconda solo all’ansia urbanistica in cui ci siamo persi per decenni pensando che avremmo fatto case all’infinito, mentre le case ci sono quel che mancano sono i cristiani.

Se fossi il sindaco? Non acquisterei immobili, ma userei quelli che ci sono. Domanda, retorica, ma se non riusciamo ad aprire un teatro che già c’è, come possiamo credere di fare ciò che ancora non abbiamo manco pensato.

Ma sono materialista storico, un vecchio praticone, pure ciccione. E dico la mia, fino a quando posso, e brontolo, tanto è quello che mi resta, sto diventando come i personaggi di Gilberto Govi, di quella Genova così navigata che partorì il diritto impotente a brontolare.