Luca Velletri:  “La palestra del Leone Rosso e quelli della Nato”

Luca Velletri: “La palestra del Leone Rosso e quelli della Nato”

6 Febbraio 2020 0 Di Lidano Grassucci

Nell’articolo in cui segnalavo la presenza di Luca Velletri al festival di Sanremo insieme a Giordana Angi di Aprilia, ho ricordato l’esperienza di un locale “Il leone rosso” che ha avuto un senso nella storia di questa città. Mi piace condividere con voi il ricordo che Luca mi ha inviato, le storie delle città non stanno nei muri delle città ma nei caffè, nei bar, nelle osterie, nei pub e nella “musica” che ci metti dentro. Latina è anche la sua musica nei bar, uno spaccato di noi, da un altro punto di vista

 

Grazie Lidano, per la sensibilità, e per aver ricordato quel tempo: mio Dio il “Leone Rosso”, la palestra di via Isonzo dove dalla prima metà degli anni 80, per la presenza costante del personale Nato di Borgo Piave, avemmo l’occasione di poterci misurare con un repertorio non solo italiano, ma internazionale, che toccasse anche le loro radici, e quindi le nostre passioni. Non c’erano i piano bar a quel tempo, c’erano o i night o i concerti. È in palestre come quella che lievitano i sogni e si affinano gli strumenti per eventualmente realizzarli. Perché, come dicevamo sempre, Quincy Jones non scende allo Scalo e ti citofona a casa. Noi tapini non avevamo i talent show, men che meno denaro da investire per produzioni decenti, e manco il supporto di qualche politicante con aderenze nello show business (che sinceramente non abbiamo nemmeno voluto o cercato). C’era in quel momento da noi un enorme fervore musicale e una rete di ragazzi di talento assoluto e cristallino. C’era mio fratello Giorgio Raponi o Erasmo Bencivenga, ragazzi che tuttora non riescono a togliersi di dosso questa malattia. C’era Vittorio Iué che come me su questa roulette ci ha messo tutto, e oggi è a Los Angeles a reinventarsi ancora una volta, col talento che Dio gli ha dato. C’erano Mauro Zazzarini e Eugenio Becherucci che ora hanno ruoli di eccellenza presso il nostro conservatorio. C’era una intera nidiata di rocker da fare invidia a Londontown: il mitico Roberto Ragno che se fosse andato lì sarebbe diventato il batterista almeno dei Black Sabbath, c’erano Guido Maglionico, Paolone Simoneschi, Candelotto, i miei amati Danger, c’era la nidiata post punk e new wave che ebbe la sua punta nei London77 e nei  SenzaBenza. C’era un mondo di ragazzi belli, fantasiosi e con gli occhi pieni di luce, fra l’adolescenza e i primi anni maggiorenni, che scelsero questo amore rumoroso piuttosto che altre tentazioni che videro altrettanta parte dei nostri ragazzi soccombere a tutt’altri veleni e mortificazioni. Grazie a questo tuo pensiero mi è tornata alla mente questa fotografia di in epoca, alla quale devo filiale gratitudine.

Così come ho voluto in quel mio intervento ringraziare chi dopo 10 di assenza mi ha voluto ancora a Sanremo, per arrivare a toccare quota 16, così come i miei bravissimi compagni di merende e di passione con cui condivido questa avventura. ‘Ché il grazie fa parte dell’educazione, quella de nonnema e de nonneta, che si impara a casa e da piccoli. Come la musica.

Luca Velletri