Massacro del Circeo: la lezione scontro Palmieri-Belli

Massacro del Circeo: la lezione scontro Palmieri-Belli

8 Febbraio 2020 0 Di Lidano Grassucci

Questa è una storia di 45 anni fa. Di una notte di settembre del 1975 a San Felice Circeo.

No, no, mi sbaglio questa è una storia di oggi, di nervi scoperti, di visioni del mondo, di come vivi, se vivi. E’ la storia che ti pone di scegliere se stai con Abele, o se per stare con Abele devi difendere Caino.

Sta parlando l’avvocato Maria Belli, che difende la vittima, che vede il dolore della vittima, arriva Angelo Palmieri, l’avvocato Angelo Palmieri, che difende la difesa, comunque. Eterno confronto tra visioni del mondo. Sì signori, parlo del delitto del Circeo, parlo del processo per il massacro del Circeo. Una storia terribile di 45 anni fa, ma è come se fosse di 45 minuti fa.

La scena è il corso di formazione (per giornalisti, medici e avvocati), l’organizzazione è di Asl Latina, Ordine dei Giornalisti, Progetto Futuro e Associazione stampa romana, i protagonisti… due su tutti e poi le riflessioni intorno.

Va difeso Caino? Sono un vecchio libertario, uno che si pone così tanto nel rispetto della legge che ha il sacro bisogno di limitarla, uno di quelli che sta con la sacra difesa che l’accusa ha già più forza che la pone sempre sul rischio della prepotenza.

La tesi, diciamo così, dell’avocato Maria Belli è quella tesi a difesa che mette al centro la vita, la dignità, la libertà delle donne. E se la società italiana è oggi aperta, meglio più aperta, sta in questa tesi.

Ma…  Se siamo liberi, sì, se siamo ancora una comunità che non si vendica su Caino, ma lo giudica, se c’è un giudice a Berlino a cui appellarsi è per la tesi di Angelo Palmieri.

“Sapete perché portiamo la toga? Perché si narra ci fosse un uomo che era inseguito da altri uomini che volevano picchiarlo, accusandolo di nefandezze. Lui scappando, incontrò un  altro uomo con un mantello nero, che guardando il suo terrore allargò il manto e lo nascose sotto. Quando giunsero gli inseguitori, li fermò dicendo: questo uomo è sotto la mia protezione fino a quando lo porterò da un giudice che deciderà di lui e del suo fatto. Il difensore è quell’uomo e la toga è quel manto“.

Non si può dire che l’avvocato Palmieri non sia “comunicativo”.

L’avvocato Maria Belli certo non sta a guardare e dalla sua ha il dolore, ha la “donna che muore” per mano “amica”, “familiare”, “di chi era affidabile”… Le donne in sala sentono vivo il dramma, il femminicidio è tema di oggi e l’avvocato Belli dice “non è possibile usare certi argomenti: è colpa di lei, è colpa della madre. E’ sempre colpa della donna”

Le professioni? Sente la tesi di Palmieri l’avvocato Armando Argano, in sala tante donne e la cosa di cui si parla mica è facile, ma la difesa non è mai facile e si ricorda Fulvio Croce, un avvocato liberale piemontese, partigiano che è chiamato da presidente dell’ordine degli avvocati, a dover indicare i nomi da assegnare d’ufficio per la difesa dei brigatisti rossi, che avevano minacciato di morte chiunque assumesse quell’ufficio. Non se la sentì da avvocato, da piemontese, da partigiano, da liberale, da uomo, di indicare altri e condannarli a morte. Così indicò sé stesso. Fu ucciso il 28 aprile del 1977, per aver garantito la difesa al suo assassino, per la libertà di tutti gli innocenti.

Cose non facili, come non è facile guardare la fotografia di Donatella Colasanti messa, perché creduta morta, nel bagagliaio di una auto, massacrata di botte, dentro una violenza inaudita, considerata cosa d’uso e non persona umana. Rosaria Lopez, l’altra ragazza, era morta.

Difficile, sempre difficile. Della foto e del racconto, che è il lavoro dei giornalisti, parla Vittorio Roidi, ex presidente della Federazione Nazionale della Stampa, che sente il nodo del dovere di raccontare del giornalista, per il diritto di sapere del cittadino e la difficoltà di farlo, di fare mostri gli innocenti (Enzo Tortora per tutti), di usare i bimbi per seguire pruderie. Ogni ruolo toccato in questa storia pone domande e non è facile. Non a caso le brigate rosse sparavano ad avvocati, magistrati, giornalisti, alla rete del difficile equilibrio che è la libertà.

E’ il turno dei medici, sì di quegli attori che debbono dare risposta al dolore, che debbono cercare di lenire il dolore quando c’è. Mario Mellacina è il primario del Pronto Soccorso a Latina, uno dei più grandi del Lazio e tra i più grandi d’Italia che racconta la modalità con cui in ospedale si approccia alle vittime di violenza, il percorso rosa.

L’incontro si era aperto con i saluti degli organizzatori: Marialisa Coluzzi per la Usl di Latina; Giovanni Del Giaccio per l’associazione stampa Romana, l’avvocato Renato Mattarelli “ispiratore” di questi corsi.

PS: da moderatore dell’incontro ho fatto del mio meglio per dare strumenti, ho trattenuto la difficoltà di prenderne parte. Nel 1979, quando si svolse il processo ero un giovane militante e dirigente della sinistra riformista nello stesso partito, quello socialista, di Tina Lagostena Bassi (nella foto) che difendeva le vittime del Circeo. Con altri compagni avemmo modo di stare con lei e sentire la sua passione e il senso di quel processo, senso di giustizia ma anche politico e di mutamento. Riconosco ora, con la stessa onestà e sempre da socialista, il ruolo fondamentale della difesa di Caino e il coraggio di Palmieri nel farlo. Considero quegli assassini infami, ma se non ci fosse stata la difesa forte e capace di Palmieri avremmo ucciso la giustizia per far posto alla vendetta.

Angelo Palmieri ricorda di quando fu chiamato ad assumere la difesa di Sandro Saccucci, l’assassino di Luigi di Rosa a Sezze. Non ho alcuna considerazione di Saccucci, alcuna e con il dolore immenso, che mi stava nell’anima, ho seguito la sua difesa. Senza, avrebbe avuto ragione il fascista, con la difesa vera e forte, si è difesa la democrazia dimostrando la sua superiorità rispetto all’infamia fascista.

Queste ultime cose dovevo a me. E mi scuso.