Covid 19/ Quel ponte che non ti aspetti tra Sezze “risorta” e Priverno della festa
5 Aprile 2020Priverno una delle 19 citta’ dei Monti Lepini è altra mia città di appartenenza per via materna, Giuseppina Perfili, mia madre, è nata a Priverno il 18 Marzo 1943. Sapere che in questi giorni di Covid 19 non fosse stata toccata come anche altri fortunati comuni dei Lepini dal virus, quasi ad essere immuni, mi portava ad esserne felice con lieve respiro di sollievo. Ma come dicono che la felicita’ paga un caro prezzo al suo opposto, quale la tristezza, ecco infatti leggere una brutta notizia sul paese che riconosco sentire nel sangue, quando facendo da guida per pochi mesi nel lontano 2001, al bellissimo museo archeologico di Privernum, nel tornare a Mezza Agosto nelle rovine dell’antica città romana, in giugno, tra i campi di grano, foraggio e terra bruna e umida, il profumo e l’odore mi riporto’ a poco più avanti, alle “Creta”, entrambe facenti parte di quel lembo di valle tra le colline che era il Passo Obbligato tra il Tirreno e la Valle del Sacco, delle genti antiche, volsci, latini, etruschi fino ai romani.
La notizia bruta che un uomo di Priverno più o meno della mia eta’, sia morto tragicamente ha fatto da contrappasso alla mia felicita’ per questo paese, facendomi vagare e non viaggiare, come a me piace con la mente tra i ricordi, nel cercare di capire chi fosse. Con la paura che non fosse un vecchio compagno di scuola, un lontano parente, un amico dei tempi adolescenziali estivi tra i giardinetti e Bar Roma, sulla Via Nova, vagavo tra i miei pensieri nella tristezza per questo “povero Cristo morto”.
Da piccola non riuscivo a capire di tanta attrazione verso questi arcaici luoghi, ma era come se stessero in me, in un intrinseco essere parte di me, quando correvo felice tra galline, campi e vigne, tra l’odore intenso delle bufale che regalavano un latte cremoso, appagante. Questo ricordo di tempi pasquali a “Privernum”sono stati travolti da un onda anomala di tristezza per un uomo, che forse ho conosciuto nel mio percorso privernate e che la memoria non sempre conserva nella mente, ma nel cuore si, ed è la memoria di appartenenza. Questo arcaico legame con questa terra unica ha sempre portato in me il non sapere davvero a chi appartenere e lo diventava ancor di piu’ nel periodo di Pasqua quando per ragioni di legame culturale e affettivo sentivo di vivere la mia Pasqua Setina, quando Sezze si riempiva di gente che tornava dall’estero e da Roma i cosidetti “stranieri” e “forestieri”. Il paese si preparava inondando dai tanti forni, i vicoli di odori e profumi di dolci, con il Giovedi Santo che dai sepolcri diffondeva nell’aria il profumo di incenso, di fiori e di Acqua Santa, quella oggi tanta discussa, quale forse veicolo anch’essa del virus assassino.
Poi arrivava il Venerdi Santo, la Sacra Rappresentazione e il Cristo ucciso per volere del popolo che tra Barabba e Gesu’ scelse Barabba dietro l’emozione di un momento di sofferenza prima, pregandolo per paura poi, come accade in ogni epoca quando il popolo non porta memoria, ma solo impulso, ma queste sono altre riflessioni per altri discorsi. Quello che invece interessa raccontarvi è il legame con Priverno e il perche’ sto scrivendo questo pezzo che sa di formula algebrica quale:”io sto a Sezze come Priverno sta a me” e proprio cosi era che dopo la Pasqua Santa, fino alla messa del mattino con le campane che inondavano Sezze di suoni e profumi rimasti dei dolci, degli incensi, baci, sorrisi e abbracci, la Pasquetta era d’obbligo a Priverno in quella valle tra Priverno e Amaseno dove ero cresciuta nei periodi di vacanze scolastiche.In quel tratto di strada oggi chiuso alle tante macchine che da Frosinone andavano a Terracina al mare che con mia nonna Giulia Marconi stretta per mano arrivare al ristorante di zia Paolina era un avventura anche se poi, alla messa nella Chiesa di Mezzo Agosto ci andavamo con le mie cugine a piedi in fila indiana nell’incoscienza della fanciulllezza, quando capitava che la Domenica di Pasqua si faceva anche a Priverno, ma non era la stessa che vivevo a Sezze. A Sezze avevamo da piangere prima il Cristo morto e benedirlo poi, risorto. Si passava dal buio e la paura degli scheletri, mitico quadro tenebroso della Rappresentazione, alla luce della domenica del cielo azzurro con le rondini che cantavano alla Resurrezione; a Priverno, invece, si passava direttamente alla Pasqua e Pasquetta, alla felicita’, senza passare per la tristezza, quella avuta in questi giorni per un signore, un ”povero Cristo morto” che non avrà alcuna resurrezione se non quella, di non dimenticarlo, quale fratello di appartenenza ad un arcaico luogo dove in tempi di Covid19 l’emozione vince forse sulle decisioni razionali e i poveri Cristi, nostri fratelli, se non muoiono soli in ospedale lo fanno in casa propria e a noi non resta che credere che ogni Cristo ha un padre che lo guida e una madre che lo abbraccia.
Sperare che questo uomo, il cui volto mi riporta a vagare tra I miei ricordi svaniti nel cercare se almeno una volta ci siamo visti, parlati, guardati in un tempo arcaico lontano in questa generosa terra o nei tempi pre Covid19 in una vita giovane e spensierata fatta di birre, feste, abbracci, baci e sorrisi, che in questo nostro vagare tra i tempi, almeno lui, trovi la sua Pasqua Eterna.


