Giovedì santo e si aprono i tre giorni di lezione sulla vita

9 Aprile 2020 0 Di Lidano Grassucci

Si consuma tradimento e sacrificio, amore e meschinità. Santo e malato stanno uno accanto all’altro. Ultima cena, poi il sacrificio, poi la resurrezione. Qualcuno tradisce, qualcuno quasi tradirà rinnegando, l’umanità si salverà.

Complessi questi giorni per i cattolici, per i cristiani. In tre giorni la ragione della loro esistenza tutta, niente escluso. Noi non siamo stati educati a questo con le parole ma vedendolo di persona, personalmente, come direbbe Catarella di Montalbano.

Ci vestivano di tutto punto e la messa era in cena domini, e era poi il giro nei sepolcri, altari allestiti, colorato, preparati ad una bellezza che domani sarebbe stata tragedia. In questo tempo non avevano il respiro, non ci insegnavano la storia, non ci insegnavano le cose pratiche del mondo. In questi tre giorni ci insegnavano le radici del creato attraverso il sacrificio del creatore, le meschinità e gli eroismi generosi delle creature, e l’idea del sacrificio per salvare. Portate queste cose nel male di oggi, spiegano la vita, la politica, l’idea di stare con gli altri, la paura e la speranza.

Mi dicono: ma sei ottimista. E certo so del risorgere. Mi guardano vedendomi guardingo, e certo so cosa è il tradire dall’amico prediletto. Mi dicono: hai paura. E certo conosco il sacrificio e il male ingiusto.

Queste cose non sono entrate in me per libri, prediche, o ardite e dotte disquisizioni ma perché le ho viste nei sepolcri, nella via crucis e nella esaltazione della pasqua che da un uovo nasce la vita, che partoriscono anche le gatte.

Noi, quelli della mia generazione, poi siamo diventati miscredenti, e convinti, ma avendo dentro il percorso dialettico: capiamo le masse che esultano a Gerusalemme di domenica, per condannare di venerdì e la bontà o l’errore è lo stesso. Ti rimane dentro e per questo vivi. Questi tre giorni erano senza respiro, si insegnava la profondità della vita.

Per questo quando passa Cristo nel suo dolore, non chiniamo il capo, ma gli occhi sì.