Storie/ Il caffè clandestino e l’eresia dei barbieri
18 Aprile 2020Erano passati 4 mesi dall’inizio della pandemia, non si moriva più, ma gli scienziati dicevano che ancora tutto era pericoloso e non si usciva.
La gente aveva capelli inguardabili, lo sport nazionale era lo sbattere la testa contro il muro. Si anche scommetteva via Fb, naturalmente. Lo Stato ci mise sopra un ricarico basso, 20 centesimi a capocciata. In caso di morte del capocciante i giocatori dovevano versare all’erario 20 euro a testa, in caso di rottura del muro era tutto a carico del Comune. In casa ci si odiava e alle sei la Protezione civile faceva, puntualmente, il bollettino sulle morti per liti familiari. L l’Italia era prima al mondo, la Germania risultava non averne, loro non li contavano passava come emicranie acute inevitabili, e il mito della superiorità tedesca era salvo, i morti un poco meno.
La mafia? Saviano aveva già segnalato il pericolo sulle colonne di Repubblica: la mafia aveva preso il controllo di due settori strategic dell’economia della ricostruzione (la droga veniva venduta nelle tabaccherie, la coca anche nei supermercati) i bar e i barbieri.
I bar clandestini aprivano con Faema tascabili nei luoghi più impensati (sulla Semprevisa, sotto a Ioso, nel bosco di Sabaudia, alla montagna spaccata) in piena notte così da evitare i droni. Si usavano molto i portici, i ponti e ogni cosa che ostacolasse il cielo libero sopra le capocce. C’erano casi di ipercaffettosi, troppa astinenza da caffè e abuso improvviso della stessa sostanza che creava collassi da arabica, sciolta da robusta. Il caffè veniva trasportato con sommergibili dai narcos colombiani. A Roma i mafiosi avevano riaperto antiche catacombe ove si facevano riti devozionali al cappuccino.
Ma il massimo era il barbiere, ci si dava appuntamento con il passa parola, non più di tre. In aperta campagna il Figaro di turno rendeva civile il cristiano isolato. Durante il taglio non si parlava anche perché le “distanze sociali” avevano reso inutile l’uso della parola, reietta e malata la conversazione. Furtivamente, dopo aver consumato il reato del taglio, si recuperava la “tana” dove eravamo tutti, appunto, rintanati. Si doveva aver cura di evitare i capicaseggiato pronti alla denuncia per il reato, gravissimo, di capelli in ordine. Se al momento dell’arresto al caffetest risultavi pure con residui infinitesimali di arabica o robusta la pena era di morte. Le auto erano state sequestrate a tutti, ma tanto son servivano, e la Fiat a Cassino faceva solo droni spia. Chi aveva i capelli in ordine era sottoposto a tortura per rivelare il nome del barbiere che, una volta scoperto, sarebbe andato in confino a Pianosa e condannato ad essere capellone.
Va da se che la Faema e la Cibali si erano riconvertite in produzione di meccano. Dicevano, comunque, che i vecchi tecnici di nascosto ancora producessero qualcosa ma, scoperto il fenomeno, le autorità decisero di mettere nelle rsa residue i questi antichi sapienti tecnici.
Il risultato? Il pericolo del virus c’era, ma nessuno si ammalava. Dalle autorità la cosa fu considerata successo eccezionale, un grande risultato. Nessuno moriva di covid 19, ma molti di mancanza di vita, tutti non morivano vivendo da morti.
La foto è tratta dal film Morti di salute di Alan Parker

