La terra così “contadina”, nel giorno della terra
22 Aprile 2020Siamo alla sesta settimana del lockdown per covid 19 e nonostante sia abituata da anni ormai a stare in casa, per forza maggiore a causa della mia salute cagionevole, pensieri e angosce mi assalgono come di certo, alla gran parte degli italiani; così mi viene da riflettere se è giusto continuare a scrivere, ma di più cosa scrivere non tanto, per sfogo egoistico dello “scrittore”, ma per dare un conforto, un aiuto a chi mi legge in questo difficile momento.
Certo che non ho la presunzione di sentirmi un Hemingway che durante la seconda guerra mondiale, in veste di soldato fece di più il suo mestiere da grande scrittore giorno dopo giorno e tanto meno, una cosmopolita Yourcenar che con le sue memorie diede la magia ad una generazione post guerra. Mi sento una persona come tante nel mondo che dopo sei settimane di quarantena non sa più dove prendere la forza per andare avanti e tanto meno le parole per sostenerci tanto da pensare ad un proverbio popolare che” le chiacchiere non fanno farina.”
Ed ecco invece, tra l’insonnia e l’angoscia che preme con anche il bisogno fisiologico di fare pipì, che alle cinque del mattino mi alzo e, fuori, la vita si sveglia. Allora il pensiero va ai molti che non stanno vivendo il lockdown come noi, ma che già sono in strada o in fabbrica, o in ospedale o sui campi a lavoro e il pensiero si aggroviglia ancora nel caos che inonda la nostra vita attraverso il web e la tv, tra sponsorizzazioni di aziende e attività che nuotano nel marasma pubblicitario nella speranza di una ripresa, nelle pubblicità di scarpe da “gran figa”, come se ti volessero inculcare che l’ ottima ripresa dipende dalle scarpe che indosserai. Post, link, tutorial e tanto altro che ti vogliono insegnare a fare di tutto come se noi italiani fossimo arrivati al tempo del covid senza sapere fare un “cavolo” mi verrebbe da scrivere, ma non so se sia consigliato.
In questi giorni è arrivato anche il tutorial per fare l’orto e allora tra l’angoscia e i pensieri vince il bollore del sangue e se si dice che “il sangue non è acqua” vince quello che da parte materna scorre nelle mie vene, l’essere figlia di quella campagna che è la Valle dei Volsci e,il pensiero va alla notizia di questi giorni che la campagna italiana nel sud della Puglia e tra i vigneti del Veneto sembra non avere braccia a sufficienza per le stagioni che incombono.
Alle cinque del mattino la campagna chiama come chiamava ai tempi di quando da piccola mi nascondevo tra le balle del fieno per restare con i miei nonni Antonio Perfili e Giulia Marconi perché, specie in estate, l’odore del fieno, camminare scalza tra le zolle crepate dal sole della ricca terra delle “Creta” quella che sta tra “Mezza Agosto” e il “Baucano” oggi Ristorante Onorati, fare le “smorfie” alle bufale e svegliarmi al canto del gallo con la tazza del latte munto la sera prima dallo zio Peppe, ai posteri Giuseppe Perfili, a cui affogare il pane duro tipico di quel tempo, diverso da quello famoso di Sezze, ecco, per me era la vita, la vita contadina che mi scaldava il sangue diversamente dalla mia mamma che come tanti figli dell’italia contadina era fuggita dal duro lavoro dei campi e da mio padre che già pensava per me ad una laurea e non che facessi la contadina.Alle cinque del mattino, all’alba che preferisco all’aurora più del tramonto, il sangue bolle e tra i tanti lavoratori penso alle braccia che mancheranno all’Italia, quella vera, delle campagne.
Pensando a ciò che mi disse il mio caro zio Silvio preoccupato anche lui per il mio amore verso la campagna che: “la zappa serve con l’aiuto delle braccia a girare la zolla e piantare un seme che darà vita ad una pianta, a intere piantagioni per sfamare la pancia dei popoli, la penna con l’aiuto del cervello serve a scrivere la parola che darà vita ad una frase, a interi pensieri per nutrire l’anima dei popoli “e tra queste due, alle cinque del mattino in tempo di covid 19, quando nemmeno più i galli cantano non so, se perché, non è il loro tempo o perché i miei vicini non li hanno più, se non fosse per la mia salute e avessi le braccia forti come quelle dello zio Peppe di quegli anni quando l’italia dei contadini, zolla dopo zolla migliorarono la vita dei loro figli che diventarono professori, maestre, politici e artisti, se potessi, sceglierei di vangare le zolle non tanto per dare esempio alle nostre giovani generazioni, ma dare onore ai miei nonni a quella Italia paziente, forte, coraggiosa che nel dopoguerra si rimboccò le maniche e senza troppe chiacchiere alle cinque di mattina era nei campi a coltivare quella bella terra privernate, fertile dove bastava andare di poco giù e trovare l’acqua che dal pozzo fresca irrigava i campi e in quel pozzo, tra i tanti giochi in campagna cercavo, non la “luna” come Benigni nel omonimo film di Fellini “La Luna nel Pozzo”,ma l’eco della mia voce e, stamane, alle cinque del mattino, quell’eco da quel pozzo di campagna è tornato a dirmi di scrivervi di un Italia che sta scomparendo.


