Fase 2/ Il male oscuro del rientro, il sapore del caffè da asporto e Hiroshima

Fase 2/ Il male oscuro del rientro, il sapore del caffè da asporto e Hiroshima

7 Maggio 2020 0 Di Lidano Grassucci

Due mesi sono tanti, e cambia tutto. Provo ad uscire di casa ma mi assale come se stessi rubando. Ci si abitua alle proprie prigioni, in fondo rassicurano. La gente non è meno spaurita di me, anzi. Pare che c’è l’ansia di fare subito per tornare, tanto tempo di paura che ora… il caffè è da asporto. C’è un banchetto e tu ti fermi, chiedi, come facevano gli sciuscia’, i lustrascarpe della Napoli liberata, ma con la dignità perduta di chi ha penso. Questa è l’immagine, una umanità che fa perso e prova a ricominciare senza lustrini, con un caffè in una tazzina di plastica che poi si penserà a riciclare. Prima il caffè lo volevi in tazza di vetro, bollente raffreddato, senza caffeina, con il nero in superficie, ora? Quello è, non c’è tazzina, non c’è vetro solo plastica e non puoi sostare.

Nino Manfredi non ci crederebbe lui che “il caffè è un piacere, se non è buono che piacere è?”. Ma il nodo è che anche il caffè diventa un “furto” alla paura e vai di fretta. Tutti ti guardano con occhi di paura e la mascherina che salva occhi che ora hanno visto cose che “voi umani neanche immaginate”.

Siamo reduci, come abitanti di Hiroshima che salvi dal diluvio tornano e non conoscono la loro città perché, semplicemente, non c’è più. Cammino tra reduci, sono reduce e la guerra ci fa paura, ma voglio tornare alla mia tana.

Mio nonno per scappare ai rastrellamenti tedeschi si nascose in un buco e sopra una siepe di rovi, uscì ben dopo che fossero arrivati gli americani, perché prima tasto i nuovi venuti. Ora lo capisco e provo a tastare una nuova città, un mondo che non so e, forse, non mi fido.