Orazio Di Pietro, il musicista che incantava con la sua chitarra
7 Giugno 2020Latina è la città che potrebbe essere, ma non lo è mai. Potrebbe essere la città dell’architettura, la città del mare, la città del parco nazionale e perché no, la città della musica. Non per niente qui abbiamo uno dei conservatori migliori d’Italia, dove vengono a studiare ragazzi da tutto il territorio nazionale e non solo. Insomma abbiamo un’eccellenza, ma non ne abbiamo consapevolezza. Lasciando da parte tutte le mie visioni, vi voglio raccontare di un grande chitarrista di Latina, e se oggi abbiamo un Calcutta lo dobbiamo anche a lui, Orazio Di Pietro.
Latina “Città della musica”, quanto sarebbe bello? Provate a immaginare un palco permanente in piazza del Popolo per i ragazzi del conservatorio, ma anche per le band locali. Ai giardinetti per esempio, creare un piccolo anfiteatro, magari al posto della pista di pattinaggio, da decenni nel degrado più totale, e intitolarlo proprio a Orazio Di Pietro.
Ma chi era Orazio Di Pietro? Orazio Di Pietro era un grandissimo chitarrista, ed è stato uno dei primi musicisti di Latina. Spaziava dal jazz alla musica classica, ma era anche innamorato della musica sudamericana. Nella sua breve, ma intensa esistenza suonò in tutto il mondo, addirittura per lo Scià di Persia.
La storia di Orazio Di Pietro
Orazio era figlio di Alcibiade e Annunziata, pionieri dell’Agro Pontino, originari di Cisterna. Ultimo di otto figli, era nato il 6 aprile del 1939. I genitori capirono subito di quella grande passione per la musica, e a solo quattro anni, il bambino prodigio, fece il suo primo concerto e a sei, si esibì al Circolo Cittadino.
Sono però gli anni sessanta, i più prolifici per Orazio. A Latina cominciano a nascere le prime band e lui incontra tre ragazzi con la sua stessa passione. Mike Verga, pianista e cantante, Isidoro Raia, contrabbasso, Giorgio Capurso alla batteria e ovviamente lui alla chitarra.

Orazio Di Pietro alla chitarra e Giorgio Capurso alla batteria
Nascono i “The Tiger” e siamo nel 1960. Giorgio Capurso ricorda così quel periodo:
“Inizialmente suonavo i bongos, ma era più per divertimento. Andavo sotto casa delle ragazze che mi piacevano, e facevo le serenate. A Orazio piacevo come suonavo, però mi disse che dovevo comprarmi una batteria, se volevo far parte di una band, ma io gli risposi che non avevo i soldi e inoltre, che non ero capace di suonarla. Poi un giorno mi portò al Circolo Cittadino e me la fece comprare usata e me la insegnò lui, nonostante non la suonasse. Era incredibile, la musica ce l’aveva nel sangue. Così il 6 gennaio del 1960 nacquero i “The Tiger”. Cominciammo a suonare in città, a “Villa Mimì”, in via Isonzo. Mike e Orazio, insieme, modificavano e personalizzavano le canzoni che suonavamo e quello ci rendeva unici. Poi riuscimmo ad andare in trasferta, in un locale nel centro di Roma, in via della Vite, si chiamava Grotte del Piccione. Era un locale notturno molto famoso. Il proprietario però ci fece cambiare nome, perché di tiger non avevamo un bel niente, ci disse. Così diventammo i Record’s. Noi suonavamo in seconda o terza battuta, prima si esibivano quelli conosciuti, come Bruno Martino, Umberto Bindi, Renato Carosone, Gegè Di Giacomo e Peter Van Wood. Proprio quest’ultimo, in una di quelle tante serate ci notò e ci volle con lui. Girammo tutta Europa, fu un periodo straordinario, quattro ragazzi di Latina con l’olandese più famoso di quell’epoca. Poi Orazio fece un grave incidente stradale e si fermò per qualche mese. Al suo posto Van Wood prese un altro chitarrista e le nostre strade si divisero. Orazio cambiò band, e andò a suonare all’estero, soprattutto in Libano. Poi nel 1971 ebbe un infarto che lo costrinse a fermarsi e allora aprì una scuola di chitarra e dedicò il resto della sua vita, alla formazione dei giovani talenti musicali di Latina. Anche noi ci fermammo e ognuno prese strade diverse. Ma i ricordi di quel periodo rimangono indelebili.”

Peter Van Wood e i suoi Record’s
Il mio incontro con il maestro Orazio Di Pietro
Avevo undici anni quando mio padre, da un viaggio in Russia, mi portò in regalo una balalaika, uno strumento tipico russo, simile a una chitarra, ma con solo tre corde. Strimpellavo ogni pomeriggio, credo fastidiosamente per chi mi ascoltava e così, un giorno, mi arrivò per regalo una vera chitarra. Per non farmi strimpellare a vuoto anche quella, mio padre disse che mi avrebbe mandato a imparare a suonarla dal suo amico Orazio Di Pietro.
Quando conobbi il maestro avevo compiuto tredici anni, me lo ricordo con gli occhiali, un po’ paffutello, ironico, eccentrico nell’abbigliamento e negli occhi sempre un velo di malinconia, come tutti i grandi artisti. Durai circa un anno, giusto il tempo per imparare qualcosa, perché poi conobbi la mia prima fidanzatina e la chitarra la misi da parte. Però ricordo ancora l’arpeggio della prima canzone che il maestro mi insegnò, “Giochi proibiti” di Andres Segovia.
Il ricordo di suo nipote, Gianni Di Pietro
“Avevamo un legame speciale io e mio zio Orazio, ero il suo primo nipote, avevamo solo sedici anni di differenza. Uscivamo spesso insieme, mi piaceva quel suo essere fuori dalle righe, dissacrante, fortemente ironico, ma mi affascinava anche quel suo lato malinconico. A volte usciva per prendere un caffè, si metteva il cappotto sopra il pigiama e andava al bar senza farsi problemi. Ricordo che a un suo concerto a Latina, nel 1973, tra il pubblico c’era l’attrice Giulietta Masina, moglie di Federico Fellini, e alla fine dell’esibizione volle conoscerlo per fargli i complimenti. L’ultimo giorno della sua vita eravamo insieme, volevo portarlo a mangiare fuori in uno dei nostri paesi, ma lui mi disse che era molto stanco e allora decidemmo di andare da Peppe Mozzarella, un ristorante che stava di fronte lo stadio. Dopo lo accompagnai a casa e qualche ora dopo mi chiamarono per dirmi che si era sentito male. Corsi subito a casa sua, ma purtroppo non c’era più nulla da fare, un infarto non gli aveva lasciato scampo, aveva solo quarantadue anni.”
Un’intera generazione di musicisti pontini, di grande talento, uscirono dalla sua scuola, tra questi il mio compagno di scuola Roberto D’Erme, papà di Calcutta. Se non fosse stato per Orazio Di Pietro a trasmettere la passione per la musica a Roberto e a sua volta al figlio Edoardo, forse non ci sarebbe oggi Calcutta.
A Orazio Di Pietro è dedicata la sala principale del Circolo Cittadino, io direi che è un po’ pochino.
Ma si sa, Latina dimentica…
Ringrazio per la collaborazione, Giorgio Capurso e Gianni Di Pietro



È vero meriterebbe tanto di più ma qualcosa di importante è stato fatto grazie a Giovanni Di Pietro e la sua Fondazione Varaldo Di Pietro insieme all’Associazione Culturale Eleomai è stato realizzato il cortometraggio Si dice giàz La vita e la musica di Orazio Di Pietro che raccoglie molte preziose testimonianze proiettato per la prima volta nell’estate del 2018 in un bellissimo concerto di Peppino Di Capri nell’ambito del I Salotti Musicali.
Alfredo Romano
Continua, i tuoi racconti sono bellissimi