Ritratti ai giardinetti di Latina, quella foresta domestica di pini complici meglio di Ninfa
18 Giugno 2020Parcheggio l’auto lungo la strada che costeggia i Giardinetti di Latina, rigorosamente strisce bianche visto che considero una offesa all’intelligenza le strisce blu in centro. Una città che ha bisogno di far rivivere il centro non penalizza ci lo “vive”. Ma avere una classe dirigente che ad esser generosi direi mediocre questo porta. Mi avvio verso il centro per aprire il giorno con il caffè con Damiano, dopo aver chiacchierato con Enzo sul punto del mattino. Riti antichi tra amici, tra gente così che osa perdere tempo per prendersi la vita.
Passo il parco, lo attraverso, e la gente fa lo stesso ma camminare tra questi alberi non è come farlo tra case. Le signore accompagnano cani che si incontrano e con la scusa le padrone si perdono, i ragazzi hanno più fretta a meno che non hanno sentimento e allora indugiano si sentieri segnati dai passi nell’erba. I soli occupano le panchine, fanno finta i essere normali di di aver il medesimo da fare di chi si perde in affari e non vive che attimi a cottimo. Ci sono i bambini, un papà spiega al pargolo del sindaco e del comune, ma lui segue una lucertola tra gli aghi di pino. C’è un cane dalla faccia schiacciata, gambe corte, di quelli inglesi con gli occhioni selezionato alla tenerezza della sua personale tristezza, cammina da padrone che il padrone è suo garzone.
Ma non c’è rumore, anche perchè qui a Latina non è in dotazione la confusione. Cammino a passo lungo mica posso perder tempo al piacere della mia perdita di tempo. Ecco le nonne con i bimbi piccoli, sono due per un unico nipote quella che guida la carrozzina quasi lo fa a sfottò con l’altra che segue come a dire “e’ un poco più mio io sono la mamma della mamma, tu solo la mamma del padre che già non serve più”. Il bimbo sulla carrozzina se ne frega della sfida e vuole solo la sua vita e di amore già non è sazio.
E’ una passerella, questo giardino questa rete di strade larghissime sotto un tetto di pini mediterranei ed ecco che tocca alla ragazza che si sta scoprendo bella che incrocia la signora che questo già lo sa. Passa il pensionato con la sua Chiorda giù di carrozzeria e il professionista figo con la pedalata assistita, politicamente corretto ed elettrico, cambio giapponese.
Un luna park umano dove la luna sono le facce corte ora da maschere e l’umano è solo negli occhi. Che bella però questa “foresta” a avanzata alla ragione della ragione assassina dell’anarchia selvatica, questi giardini stanno al bosco come i fearful dog stanno ai lupi. Ma che ci frega in fondo questo è un luogo di segreti e, se gli alberi, potessero parlare racconterebbero come abbiamo imparato a baciare.
In fondo è più bello di Ninfa, li per avere l’amore ci hanno portato fiori profughi, qui invece hanno abitato storie di persone.
Ora ho fretta che debbo regalarmi il mio tempo perso, ma che mi frega e ordino un caffè.


