Latina, Paolo Fabrizio e quella generazione, la mia, che credeva di essere immortale e invece…
19 Luglio 2020In poche settimane se ne sono andate via due persone della mia generazione, Massimo Gianolla e Paolo Fabrizio. Persone molto conosciute e stimate, e che hanno fatto parte della nostra storia cittadina. Persone piacevoli che quando le incontravi ti veniva voglia di fare due chiacchiere. Massimo e Paolo lasciano un grande vuoto nella mia generazione, quella che si credeva immortale e invece…
Credo di aver avuto la fortuna di appartenere a una delle generazioni più felici del secolo scorso, quella nata alla fine degli anni cinquanta, inizi sessanta. La guerra era finita da una quindicina di anni e il boom economico aveva riguardato un po’ tutti, sarà per quello che ci siamo sentiti imbattibili e immortali. E ancora oggi ci sentiamo ragazzi.
Quando siamo diventati adolescenti, Latina era poco più di un paesotto, contava circa sessantamila abitanti e tutto si svolgeva all’interno della circonvallazione, la scuola, lo sport, le comitive, in quei tre chilometri di circonvallazione c’era la nostra vita. Ci si conosceva tutti o quasi, era impossibile non conoscersi almeno di vista.
Poi c’era la politica, qualche scazzottata davanti le scuole, soprattutto davanti al Classico e al Ragioneria, ma dopo, tutti insieme in piazza della Libertà a godersi i miti pomeriggi di Latina. Quelli di destra ascoltavano Lucio Battisti, e quelli di sinistra Francesco Guccini, ma i trasgressivi Vasco Rossi e Renato Zero, mettevano tutti d’accordo. Che poi questi ultimi, ascoltando ora i loro testi, fanno tenerezza rispetto ai rapper di oggi.
In quegli anni arrivò anche la droga e qualche amico lo perdemmo, ma ne perdemmo tanti con gli incidenti, Gianni Pugno, Enzino Ruotolo, Daniele Vellani e tanti altri. Anche le malattie non fecero sconti. Ma nonostante tutto ci sentivamo immortali e forse lo avvertiamo ancora oggi questa immortalità, come ci sentiamo anche eterni ragazzi. Certo gli specchi andrebbero aboliti per crederci ancor di più.
Il ricordo di Paolo Fabrizio
Paolo Fabrizio lo conobbi negli anni settanta nella comitiva che frequentavo al Palazzo M, aveva un paio di anni meno di me. Un ragazzo mite che sapeva sempre come comportarsi. Educato, gentile e attento verso gli altri. Era anche un bel ragazzo, alto magro sempre ben vestito. Un po’ di gioventù la passammo in quel gruppo, ma come accade quando si cresce, cambiammo entrambi comitiva e amici. Però se ci si incontrava, lui era sempre il primo a fermarsi per scambiare qualche opinione.
Poi era arrivato il tempo di lavorare, lui nella gioielleria di famiglia in via Diaz, e pure io nel negozio dei miei. Quando fai il commerciante difficilmente ci si incontra più, se non nelle occasioni per acquistare qualcosa. E così ci incontravamo come clienti. Io da lui comprai alcuni orologi e lui qualche elettrodomestico da me. Ma Paolo, non era da negozio, lui amava spaziare, incontrare gente nuova e così iniziò a fare il rappresentante, perché aveva le pubbliche relazioni nel sangue.

Paolo Fabrizio da ragazzo
Lo incontrai una decina di anni fa a un saggio di danza di mia figlia. Lui aveva sposato una delle più brave insegnanti di danza, Barbara Tudini e si era dato da fare per aiutarla a organizzare gli eventi di fine corso. Per cinque anni mi sciroppai i saggi di danza classica, l’unica nota positiva era che avrei incontrato Paolo e scambiato due parole con lui, ma solo due parole perché indaffaratissimo a controllare lo svolgimento delle prove e dello spettacolo. In quelle occasioni capii che era diventato anche un grande organizzatore.
Al suo funerale ho incontrato uno dei suoi amici più stretti, Stefano Bauco, che affranto mi ha raccontato un po’ di lui:
“Paolo era una persona splendida, ho perso un amico eccezionale. Era un bravissimo organizzatore oltre che bravo commerciante. Sapeva sempre risolvere le situazioni, anche le più complicate, anzi riusciva a tirare fuori ancora più energie nelle difficoltà. Era un maestro nelle relazioni sociali e conosceva sempre qualcuno al momento giusto. Una volta andammo in vacanza insieme e arrivammo a destinazione in largo anticipo. Erano le cinque del mattino e avremmo dovuto aspettare le dieci prima di entrare nelle stanze del villaggio, ma io avevo un figlio nato da poco e immaginai ore infauste, ma lui con la calma di un inglese mi disse di stare tranquillo e si avviò alla ricerca di qualcuno della struttura vacanziera. Dopo dieci minuti tornò sorridente dicendo che era tutto a posto. Ci diedero subito le stanze, ossequiati e riveriti, allora gli chiesi come aveva fatto a convincere a farsi dare le stanze subito. Mi fece vedere il polso, gli era costato un orologio. Paolo era fatto così, per gli amici avrebbe fatto qualsiasi cosa, di una generosità imbarazzante”
Cosa aggiungere di Paolo, l’appellativo che mi viene in mente e che secondo me più gli si addiceva era “gentleman”. Sì, Paolo era un vero gentleman, e lo ricorderò sempre con piacere. Purtroppo in poche settimane, due persone di grande spessore nelle relazioni sociali se ne sono andate, Massimo e Paolo, e Latina sarà un po’ più povera.
Dedico questo articolo a tutti i miei amici che ho perso nel mio tempo vissuto. A volte capita che un pensiero di loro mi bussa nella mente e, incredibilmente, ricordo di ognuno la voce, come se fosse ieri. Però lo devo dire, noi di questa generazione continueremo a sentirci immortali ed eterni ragazzi… finché vivremo.
Ringrazio Stefano Bauco e mando un abbraccio forte alla moglie di Paolo, Barbara Tudini e al fratello Carmelo.
Foto di copertina scattata negli anni settanta da Ferdinando Parisella


