Lettera a mamma dell'”untore” in fuga per la pace dei benpensanti

Lettera a mamma dell'”untore” in fuga per la pace dei benpensanti

2 Agosto 2020 0 Di Lidano Grassucci

Abbiamo “ricevuto” questa lettera, è quasi indecente, è di un immigrato che viene qui a rubare il nostro bene. La lettera di uno dei 15 ragazzi fuggiti dalla quarantena a Cori (o forse non è vero che sia la sua essendo troppo sua), era in francese io l’ho tradotta e le rime sono diletto mio personale.

Sapete a me hanno insegnato le vecchie, già vecchie che ero bambino, ora sono vecchio io e loro si sono perse che ogni orco è stato bambino, ogni santo birichino. E nessuno è nato senza una mamma, e le mie vecchie erano madri, ma non per finta ma per vocazione. Madri di madri. Questo scritto non dà ragione o torti, me ne frego, ma è come quelle vecchie mi hanno insegnato a vedere il mondo. E io dal mondo, come quelli che sono attaccati all’ultimo vagone, sono destinato a scendere.  La lettera l’ho intercettata per caso lungo la ferrovia e l’ho imbucata per questa via. La mamma avrà la sua lettera su cui piangere come i benpensanti avranno il volto e il mostro su cui vergognarsi.

 

LA LETTERA

Cara mamma,

ti scrivo che ho tempo. Posso io scrivere a te che stai a casa, non tu a me che non sai dove sono. Non posso dirti di stare bene, ho fatto un lungo viaggio e in ogni passo ogni cosa era diversa ma sempre e ovunque una cosa era la stessa “l’odio per me”.

Poi c’è anche una malattia che dicono sia la mia e l’odio si è fatto terrore. Faccio 16 anni a settembre, manca poco mamma. Sai quel giorno c’eri anche tu. io e te, quella volta che siamo stati insieme, poi i giorni sono andati veloci e io non sono più il bimbo che ero, ora ho paura per quanto faccia paura.

Qui non mi guardano neanche dicono che sono un problema di sicurezza, di igiene pubblica, di untore. Si mamma qui ho fatto carriera da disperato a untore. Mamma qui scappano di terrore quando mi vedono e mandano la polizia.

Sono scappato dall’Africa, poi dal mare, poi dal posto in cui mi han detto di dover stare e scappo ancora perché non  ho dove andare e la mia casa è lo scappare. Non sono buono mamma, e questo non lo sai, non lo puoi sapere perché non mi vedi come la paura, il bisogno e la fuga mi ha fatto diventare.

Esiste una umanità che pare essere in questo mondo a forza, ma nessuno vuole fare entrare.

Mamma ti assicuro che un giorno ho visto negli occhi di un uomo bianco, di uno che per me era più fortunato di me, la stessa considerazione.  Mi ha guardato era pulito, era anche rispettato, ma ti giuro madre aveva capito il mio dolore perché lo aveva… tal quale. Eravamo due che non ci dovevamo stare, che gli altri sarebbero stati senza noi meno male . Dicono che ci sono degli uomini di troppo, ora che ti scrivo ho capito il tuo sguardo disperato quando sono nato.

Mamma sono tra gli uomini di troppo. Quando tutto sarà finito ed io sparito rimarrà in quelli che mi hanno considerato cane in chiesa, il loro odio. A me quel che resta di quell’altro cristiano, perché tu mamma mi hai insegnato il segno della croce a bestemmiare ci ho pensato da me, che era diverso da me così eguale, disgraziato a questa terra, di una disgrazia quasi uguale.

Mi ha visto fuggire le guardie sono andate da lui a chiedere “lo hai visto il cane?”. Lui li ha guardati per quanto erano arrabbiati e ha cominciato a recitare:

vidi l’angelo mutarsi in cometa
E i volti severi divennero pietra
Le loro braccia profili di rami
Nei gesti immobili d’un altra vita
Foglie le mani, spine le dita

Voci di strada, rumori di gente

Mi rubarono al sogno per ridarmi al presente

Mamma guardavo terrorizzato, ma lui non fece il gesto ad indicare la mia via, ma continuo con i suoi versi strampalati. Il capitano, che lo conosceva, disse che era matto come tutti in questo posto di furbi e briganti, in cui erano tutti latitanti, o lo erano stati. Lui non mi ha tradito.

Ora mi han preso, mamma, come si prendono gli orsi, ora mi hanno preso come fanno i mangiagatti. Ho urlato, bestemmiato e picchiato, non sono mamma come mi hai lasciato, loro hanno ricambiato.

Ma anche il diavolo è stato bambino, anche lui al mattino chiedeva di mamma, come ogni bambino. E ogni bambino vuole in questo cuore malato dire al mondo ci sono anche io, datemi un posto, un antro. Beh non c’è mai posto tra la buona gente, l’unico che mi trattò decente era uno che qui dicono sia deficiente.

Un figlio

 

Nella foto una scena del film “Radici”

I versi sono di Fabrizio De Andrè, il sogno di Maria