Coletta sì, Coletta no la strana storia di chi racconta ed è comunque “servo”… della sua testa

Coletta sì, Coletta no la strana storia di chi racconta ed è comunque “servo”… della sua testa

14 Agosto 2020 0 Di Lidano Grassucci

«È la stampa, bellezza! La stampa! E tu non ci puoi far niente! Niente!»

 

Faccio questo lavoro tutti i giorni dal 1986, troppo tempo direte e troppo tempo dico. Capisco, anche, che sarebbe ora di tacere, ma cosa volete farci mi piace chiacchierare, scrivere e rompere le palle.

Ieri ho scritto due articoli: uno che criticava la scelta consociativa di Damiano Coletta che si è vantato del voto a favore della sua opposizione; uno a favore di Coletta che ha tagliato i rivi sul cavalca ferrovia a Latina scalo.

I colettini dicendomi del solito bastian contrario al servizio di “quelli che c’erano prima”, con tanto di considerazioni su “chi mi paga”. E in questo caso mi paga la “reazione”.

Gli anticolettini che mi hanno criticato, sul secondo articolo, per essermi venduto al colettismo e di non vedere il degrado della città. Di non sapere fare inchieste e di essere la solita zecca cieca allo scempio colettiano. Chi mi paga? Il mondo dei servi al soldo della Russia, o congiura di setini (perchè, per inciso ho anche questo dono di cui sono orgogliosissimo e nazionalista spinto), o peggio dei socialisti (e pure qua so reo confesso) che tramano per tornare.

Il tutto condito da posizioni che li mettevano d’accordo tutti sulla mia “ignoranza”. Anche qui socraticamente ammetto.

Insomma due errori in una persona sola, e la genialità di fatto riconosciuta di vendermi a Francia e Spagna in contemporanea, genio machiavellico (ma il mio conto in banca sta sempre a meno qualcosa, strano).

Perchè vedete dai tifosi non è contemplato che ci possa stare uno a cui, semplicemente, piace il gioco, piace la partita prescindendo dai protagonisti, per il gusto di cercare il campione e di non illudere gli “scarpari”. Il coraggio non sta nel tifare tra chi è già fanatico, ma ragionare tra chi vuole giocare, divertirsi.

Coletta, a mio avviso, non è proprio Josè Altafini, ma manco chi lo aveva preceduto aveva tocco di palla. Diciamo che la seconda repubblica (si fa per dire) ha ampiamente preso “quel che c’era” dai pulcini che non sono manco diventati capponi. Ma Coletta non è la quinta essenza del male, non è il genio della lampada e come ciascuno di noi sbaglia e la imbrocca.

In quanto a me? Beh sto lavoro è brutto assai, ma come diceva Luigi Barzini junior: è sempre meglio che lavorare (ma non ci diventi ricco).

 

Foto da: L’ultima minaccia (Deadline – U.S.A.) del 1952 diretto da Richard Brooks