La settimana bianca di Rosa e Celeste

La settimana bianca di Rosa e Celeste

14 Agosto 2020 0 Di Maria Corsetti

Rosa e Celeste frequentavano la terza media quando la scuola decise di organizzare la settimana bianca.

Le gemelle non avevano mai sciato prima, ma avevano sentito dire che se uno sa andare bene sui pattini, è agevolato nello sci. E sui pattini Rosa e Celeste sapevano dire la loro. La curiosità di scivolare sulla neve era fortissima, ma la voglia di settimana bianca andava oltre ogni desiderio di esercizio fisico. C’era qualcosa di particolare in quella gita lunga sette giorni, fine a se stessa, senza visite ai musei. Bisognava solo arrivare, mettere gli sci e divertirsi sulle piste.

Girava voce che la sera era permesso scendere nella discoteca dell’albergo. La settimana bianca rappresentava di fatto la prima vera vacanza extrafamiliare. La presenza degli insegnanti aveva un effetto più rassicurante che deterrente anche per gli alunni. Il rapporto era di uno a trenta: ottimo per risolvere i problemi, del tutto insufficiente per garantire una sorveglianza rigorosa. Dicevano anche che sulle piste dovevi fare due ore di lezione con il maestro, quindi eri lasciato libero di gestire la giornata. La notte si dormiva in sei e nelle stanze c’erano i letti a castello (per Rosa e Celeste non costituivano una novità).

Di notte con un po’ di fortuna si riusciva ad andare nelle stanze degli altri. C’era anche chi pomiciava e si fumava una sigaretta. Questo colpì molto Rosa e Celeste che erano convinte fossero cose da farsi esclusivamente alle scuole superiori.

Tra la notizia e la partenza passò un mese durante il quale due pomeriggi furono dedicati all’acquisto dell’attrezzatura necessaria. Nel grande negozio di articoli sportivi furono scovate due tute da sci, una rosa e una celeste. Cappelli, occhiali, guanti, calzamaglie, calzettoni, furono invece scelti indipendentemente dal colore. I trolley, regalo delle madrine, erano in tinta con i nomi. Come le tute. Si trovarono di fronte alla prima valigia autonoma della loro vita (se si escludeva quella volta che erano state fuori con la scuola due giorni. Ma una notte è diversa da sei notti). Una volta messa dentro la tuta da sci con gli accessori e il maglione in pile fu chiaro che, oltre al pigiama, pochissimo altro ci sarebbe entrato. Niente ciabattine rifinite con la piuma e vestaglia coordinata. E niente accappatoio di ciniglia. Al suo posto la mamma fece portare un grosso rotolo di scottex, così avrebbero potuto asciugarsi senza usare più volte lo stesso asciugamano che chissà dove veniva poggiato. Si partiva per la neve il sabato mattina alle sei. Approfittando della vacanza delle figlie, la mamma aveva deciso di prendersi una vacanza anche lei ed era già partita: ad accompagnare le gemelle al pullman che aspettava davanti la scuola ci andò il papà. Era ancora notte, ma non faceva freddo. Il pullman aveva il motore acceso e si sentiva forte lo scarico. Il portellone alzato prendeva in consegna le valigie dei ragazzi. I ragazzi guardavano quelle valigie sparire nel fondo con la stessa apprensione con la quale si salutano i propri bagagli al check-in di un aeroporto. I genitori salutavano i figli e li raccomandavano alle insegnanti. Qualche mamma piangeva. Quelle lacrime sembrarono eccessive a Rosa e Celeste. La loro mamma era partita per una vacanza e nel salutarle aveva sorriso. Così come ora sorrideva il papà, contento che le gemelle partissero con la scuola.

Si accorsero che stavano per arrivare a destinazione quando, uscendo da una galleria, all’improvviso si trovarono in un mondo dai colori diversi, fatto di neve. Le montagne erano bianche ed era bianco anche il ciglio della strada. Era il primo pomeriggio quando passarono in mezzo ai paesi di montagna.

Videro ragazzi come loro. Quei ragazzi vivevano in mezzo alla neve. Come si può vivere lassù, in mezzo alla neve? Difficile da capire per chi abita vicino al mare. Si continuava a salire. Per quanto ritinteggiato di recente, l’albergo dava l’idea di essere nato vecchio. Un casermone con tre stelle mezzo appassite che indicavano la categoria. I ragazzi non se ne accorsero, presi dall’emozione di veder di nuovo sbucare le loro valigie dalla pancia del pullman. L’aria che respiravano era diversa, ma non riuscivano a percepire perché. Sentivano che era diversa. I trolley rosa e celeste, nuovi fiammanti furono parcheggiati nella hall dell’albergo in attesa dell’assegnazione delle stanze. La stanza da sei al terzo piano aveva le pareti bianche e il pavimento di marmittoni. Il termosifone mandava un caldo impossibile. I letti erano poco più che reti, le lenzuola bianche e i copriletto verdini. C’erano due letti a castello e uno matrimoniale. Due loro compagne si buttarono ai piani alti dei letti a castello urlando “Qui ci dormo io”. Rosa e Celeste, che avevano passato tutte le vacanze della loro vita sui letti a castello non ci trovarono nulla da ridire e presero i posti in basso, mentre altre due ragazze prendevano il letto matrimoniale perché gli dava fastidio avere il piano di sotto del letto a castello. Il lampadario mandava una luce fiochissima che sulle pareti risultava grigia. Aprirono la finestra per fare entrare un po’ d’aria. Quell’aria diversa. Il giorno dopo la divisione per capacità: Rosa e Celeste andarono al primo livello, quello di chi non ha mai messo gli sci ai piedi. Ingolfate tra tuta, racchette e sci – che, nonostante le avessero rassicurate sulla loro potenziale bravura, considerati precedenti del pattinaggio, non gestivano – si trascinarono insieme agli altri compagni del gruppo all’appuntamento con il maestro.

Avevano ascoltato dalle loro madrine racconti incredibili sui maestri di sci: belli come antichi dei, forti come eroi, sapevano anche parlare bene. Cosa significava saper parlare bene? Forse era una di quelle cose che si capisce alle scuole superiori. O forse parlare bene significava che quelle che loro chiamavano “racchette” per i maestri di sci erano “bastoncini”. L’impatto con la seggiovia non fu dei migliori, ma la lezione proseguì tra tante scoperte e alla fine delle due ore di lezione pensavano di saper sciare. Continuarono gli esercizi fino al pomeriggio. La sera, cotte dal sole, dal freddo e dalla stanchezza, decisero di rinviare l’emozione di passare la notte in un’altra stanza al giorno successivo.

Il giorno dopo Celeste doveva risolvere un problema agli attacchi degli sci. Rosa andò sui campi insieme al resto del gruppo. La sorella poteva raggiungerli, tanto c’era un insegnante con lei che l’avrebbe accompagnata. Coperte da cappello, occhiali e sciarpa monumentale, due gemelle di uguale avevano solo la treccia che spuntava dall’infagottamento. Normale che a un maestro di sci, che insegnava a gruppi di venti ragazzi l’ora, sfuggisse la circostanza di avere due gemelle in uno di questi gruppi.

Ma era rimasto colpito dal nome “Celeste”.

Quando vide Rosa disse soddisfatto: «Tu sei Celeste». «No, io sono Rosa».

«Ma che battuta». «Non è una battuta, io sono Rosa. Celeste arriva più tardi».

A quell’uomo di montagna sembrò che una bambina delle medie volesse prenderlo in giro. A quella bambina delle medie vestita di rosa, in tinta con il nome, sembrò di tutta evidenza che il maestro era scemo. Quando arrivò Celeste l’equivoco fu chiarito.

Ma si rafforzò nelle gemelle l’idea che solo alle scuole superiori avrebbero capito quanto erano belli e intelligenti i maestri di sci.

 

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