A proposito di politica: il riformismo non è cambiare per cambiare ma prassi per la giustizia sociale

A proposito di politica: il riformismo non è cambiare per cambiare ma prassi per la giustizia sociale

18 Agosto 2020 0 Di Lidano Grassucci

“Sono partigiano, vivo, sento nelle coscienze della mia parte già pulsare l’attività della città futura che la mia parte sta costruendo. E in essa la catena sociale non pesa su pochi, in essa ogni cosa che succede non è dovuta al caso, alla fatalità, ma è intelligente opera dei cittadini. Non c’è in essa nessuno che stia alla finestra a guardare mentre i pochi si sacrificano, si svenano. Vivo, sono partigiano. Perciò odio chi non parteggia, odio gli indifferenti”.

Antonio Gramsci

Scrivo queste righe per il piacere della politica e perché, per me, la politica è partigianeria, stare da una parte. E le parti non si mischiano per far finta che non ci siano mai state.

Non c’è ideale che non sia acceso da una grande passione. La ragione, o meglio il ragionamento che adduce argomenti pro e contro per giustificare le scelte di ciascuno di fronte agli altri, e prima di tutto di fronte a se stessi, viene dopo. Per questo i grandi ideali resistono al tempo e al mutare delle circostanze e sono l’uno all’altro, ad onta dei buoni uffici della ragione conciliatrice, irriducibili.

Norberto Bobbio

Insomma la politica non può essere la prassi dell’esistente, non è tecnica della gestione del potere ma passione per la trasformazione sociale. Divenni, e sono, socialista per scelta della mia parte sociale e culturale. Sono nato povero e dentro la scala sociale dietro, non ho invidia per chi sta avanti ma è mio dovere raggiungerlo e superarlo. E non mi piacciono coloro che si nascondano dietro il moderatismo per bloccare questa rincorsa, questo slancio sociale. In Italia da quando non ci sono i partiti socialisti la diseguaglianza è aumentata, quando c’erano diminuiva, sarà un caso?

Oggi i ricchi si fanno più ricchi e dicono che sono loro a fare la ricchezza e non il lavoro che è l’unico modo che l’uomo ha per cambiare le cose del mondo. E’ morto oggi Cesare Romiti, il capo della Fiat per un quarto di secolo, lo rispetto e lo ammiro perché ha fatto la sia parte, la difesa dell’impresa, ma non è la mia parte che era la difesa del lavoro. La differenza è tutta qui: Romiti non è la mia parte, io sto da un’altra parte.

Categorie vecchie? Guarda caso lo dicono quelli che diventano più ricchi, non quelli che impoveriscono. La crisi della sinistra italiana è quando la “parte” “partigiana” di Gramsci e di Bobbio è diventata l’indifferenza istrionica e guascona di Matteo Renzi, quando si è pensato ad un partito “democratico” con categorie morali per paura di un partito “socialista” con categorie sociali. La sinistra “sociale” aveva, tra socialisti e comunisti, quasi il 50% dei consensi in italia, il centro sinistra “democratico”, il 20. La prima aveva l’egemonia nei ceti sociali: oggi a Imola, la città di Andrea Costa c’è un governo di destra. Normale?

Oggi a Genova repubblicana (quella di Giuseppe Mazzini), città dei camalli, governa la destra. Normale? A Torino, città operaia, governano i 5 stelle. Normale?

Dicono: ma il socialismo è in crisi. Certo lo è ciclicamente ma ha sempre avuto le energie intellettuali e politiche per risorgere e la storia umana ha una costante: i ricchi si fanno più ricchi dicendo ai poveri che in fondo sono ricchi per fare un favore ai poveri. Banalità costanti.

In Europa le socialdemocrazie stanno elaborando nuove prospettive sociali, ma gli italiani non ci sono in questo confronto. I socialisti hanno gli strumenti culturali per gestire il nuovo ruolo del pubblico nel post Covid che non è stata una emergenza sanitaria ma l’implosione della globalizzazione senza Stato, dell’iperliberismo imperante, della finanza sovrana e della asovranità degli stati e dei parlamenti e delle parti che sono in questi organi. In una Europa garante dello status quo e non promotrice di equilibri nuovi, di scelte ardite.

La sfida è tra chi sta con gli ultimi e chi con il principe. E nella scelta la terza via non è data, non è contemplata. La sinistra sta con il lavoro, altrimenti non serve i liberisti sanno fare meglio questo, sporco, lavoro di difendere chi ha.

La sinistra, poi, è figlia del pensiero dialettico dello scontro tra tesi diverse per sintesi evolute e nuove antitesi, non è l’aristotelica idea di con me o errore. La differenza è culturale, una volta, a sinistra ci fu uno slogan felice di Giacomo Matteotti: i socialisti con i socialisti, i comunisti con i comunisti. Lo mutuo: i socialisti con i socialisti chi sta con l’impresa con l’impresa. Insomma tra padroni e proletari, noi stiamo con i proletari o non è sinistra.

Per i cattolici… parla Papa Francesco, ma bisognerebbe leggerlo, ascoltarlo, non riverirlo.