Sezze: la storia di zio Peppe al tempo del covid

Sezze: la storia di zio Peppe al tempo del covid

25 Agosto 2020 0 Di Rita Berardi

Avere notizia che in una casa di riposo setina ci sono cinque casi di covid in ospiti e un operatore non mi porta a scrivere un pezzo criticamente giustizialista , ma al contrario ad una profonda riflessione e scrivervi come spesso è mia abitudine una storia. La storia dello zio Peppe. Ai posteri Giuseppe Perfili classe 1945, nato a Priverno e rimasto fino al suo trasferimento a Firenze nel 1986′ Vi chiederete cosa c’entra lo zio Peppe e Firenze con I casi di covid in quel di Sezze e presto lo capirete perchè la riflessione è su quanto il covid ci stia privando di libertà ben piú importanti, anche se penso che non siano meno importanti in una vita normale il divertirsi e lo stare tra amici.Da Marzo 2020 ad oggi lo zio Peppe è solo in quel che è la sua casa da qualche anno, una struttura comunale di riposo al centro di Firenze e dico da solo perchè se prima del covid in quella struttura noi i familiari potevamo entrare a tutte le ore, restare mentre pranzavano o cenavano o interagire dico, interagire e non assistere, all’ora di lettura collettiva che in inverno veniva fatta in sala sociale, in stagioni belle in terrazza., o all’ora di pittura e per i lavori manuali, da marzo fino a fine luglio i familiari hanno potuto solo telefonare e solo da poche settimane possono entrare previa telefonata per 20 minuti Da esempio di struttura pubblica super libera la quale libertá era ben gestita tanto dagli operatori che dai familiari si è trasformata nel rispetto delle regole covid, per la salvaguardia piú della salute fisica che spirituale e sociale degli ospiti in una ” prigione”. Sapendo di questa cosa la mia preuccopazione è stata piú per il morale dello zio che conoscendo il suo forte carattere attivo, nonostante la sua sempre infermità alle gambe dovuta ad una febbre infantile, non sarà certo alle stelle viste le condizioni di privazioni di attività ludiche, di palestra, di pet terapia e di sapere che qualcuno di noi poteva andare a trovarlo a qualsiasi ora o la domenica portarlo a pranzo a casa. Quelle piccole cose che danno libertà e fanno sentire liberi e visto con i miei occhi sia possibile averle in una struttura pubblica e dando il massimo agli ospiti, personalmente mi ha fatto sentire davvero libera, di quella libertà sociale che ogni volta che torno a Firenze noto e sento a differenza di Roma. Ritrovarla legata allo zio Peppe mi ha portato a ripensare quando lo zio a quella libertà di essere uomo forte indipendente non ha mai rinunciato fin da bambino quando ha imparato da solo a trascinare le sue gambe in posizione verticale concentrando la sua forza dal tronco fino al dorso e braccia che non hanno nulla da invidiare a quattro palestrati contenporanei. Si perchè lo zio in quel di Mezzagosto zappava l’ orto e vigna, aveva una bella mandria di bufale che mungeva tuute le sere e in piú si prendeva cura della nonna Giulia rimasta inferma per dieci anni prima della morte.Trovare lo zio mio preferito, con il quale ho condiviso momenti unici della mia infanzia e non solo, a quando da piccola di nascosto mi dava la crema del latte appena munto delle bufale e con il dito indicava di tenere il segreto, a quando andvamo a ritirarle dal pascolo chiamandole ad una una per nome tutte femmine, con nomi particolari classici sia per le mucche che per le bufale, quali Carolina, Rosalia, Bellina e cosi come passare le migliori calde giornate estive saltando su per il fienile mentre lui aspettava giu’ che gli lanciassi le uova stanate nei punti piú alti e nascosti in quella, che ancora oggi è una delle campagne piú belle tra Latina e Frosinone , Mezzagosto di Priverno. Ecco trovarlo in pre covid in una struttura che gli desse la libertà ancora di vivere la sua forza fisica e mentale mi aveva dato soddisfazione e fatto riassaporare cosa significhi davvero essere liberi .Liberi appunto significa poter essere se stessi nonostante le avversità della vita con forza, coraggio, audacia e tanta umiltà e questo me lo ha insegnato non con le parole ma con I fatti lo zio Peppe anche quando a Firenze, sempre insieme si faceva il turno a vendere i cocomeri a fette e in quel lontano 1987 e viddi per la prima volta gli Arikrisnha che ogni giorno si fermavano a salutare lo zio e lui con i suoi occhi neri e sorriso birichino mi faceva capire che erano loro a prendere la sua energica spiritualità senza Cristo e non loro a darla a lui con il loro Krisnha. E allora se un contagio puo’ entrare dentro una casa di cura cosí senza logica e spiegazione non vi é un rimprovero ai gestori, ma un monito agli amministratori socio sanitari e politici che in alcune regioni le cose pubbliche funzionano sacrificando con durezza anche la libertà e gli affetti degli ospiti e che dopotutto se non si sa bene come si trasmetta questo virus almeno si sappia far capire con i tanti mezzi comunicativi per fortuna a disposizione di tutti che le feste al Papete non sono indispensabili per una campagna politica discutibile ma che la libertà civile e sociale di un popolo si raggiunge quando questo viene educato fin da subito al diritto di libertà nel rispetto delle regole per la propria e altrui vita e che non ci sino cittadini di serie A B C e che il diritto alla salute deve essere garantirto da un servizio pubblico sanitario, specie in una condizione di pandemia. Quindi? Quindi se lo zio Peppe avesse potuto ballare, di certo in discoteca ci sarebbe andato con le dovute precauzioni, perchè quando si è abituati ad alzarsi tutte le mattine per una vita regolare di forza e coraggio, rispettare le regole non resta difficile, nemmeno quando si è costretti a stare ” prigionieri’ per il bene proprio e degli altri e che il tutto si riduce all’educazione data con i fatti che ci si porta dietro ovunque si sia o si vada, sia essa una casa di cura privata o pubblica, una discoteca o piazza.