A proposito del referendum: le domande del voto di Giancarlo Loffarelli

A proposito del referendum: le domande del voto di Giancarlo Loffarelli

15 Settembre 2020 0 Di Giancarlo Loffarelli

Se dai cittadini che andranno a votare il 20 e 21 settembre verrà approvata la riforma che riduce il numero dei parlamentari, la democrazia italiana non andrà in crisi. La struttura democratica del nostro paese, però, cambierà. Questo è ovvio, altrimenti non avrebbe avuto senso fare una riforma che non cambiasse qualcosa. Il punto è: che cosa?

Ritengo che i sostenitori della riforma, in maniera esplicita o implicita, intendano produrre quattro cambiamenti (l’uno, l’altro o tutti e quattro).

Un primo obiettivo è quello di rendere più efficiente la democrazia italiana snellendola. Viene sottinteso, alla base di questa motivazione, il modello di tipo aziendalistico (in Italia, purtroppo, già applicato a scuola e sanità) che tende a ridurre il momento della discussione e del confronto a favore della rapidità decisionale.

Ma questo modello, applicato alla democrazia, inevitabilmente impone al cittadino un margine di delega molto più ampio per garantire una (vera o presunta) rapidità decisionale. Tutto ciò è espresso proprio dai numeri, che sono l’unico punto di riferimento quando un’eventuale modifica costituzionale non è portata in modo organico ma si presenta di tipo esclusivamente numerico.

Dal punto di vista quantitativo, infatti, con questa riforma il parlamentare si allontana dal cittadino. Nel testo originario della Costituzione era previsto che un deputato rappresentasse al massimo 80.000 cittadini e un senatore 200.000. Quando nel 1963 s’introdusse la modifica che fissò a 630 il numero dei deputati e a 315 quello dei senatori, s’innalzò il numero di cittadini rappresentati per cui, con l’attuale popolazione italiana, un deputato oggi rappresenta circa 95.000 cittadini e un senatore 190.000. Se in questo referendum vinceranno i “sì”, la rappresentanza salirà rispettivamente a 150.000 e 300.000 cittadini.

Purtroppo da tempo si è consolidata una prassi che tende a sminuire il ruolo del Parlamento, spesso relegato a dire sì o no a decreti governativi. Questa riforma aumenterebbe una marginalità del Parlamento forse già in atto.

Un secondo obiettivo che si pongono i sostenitori della riforma è quello di avvicinare il sistema democratico italiano a quello di altri paesi europei.

Porsi questo obiettivo, è evidente, sottintende l’idea che, necessariamente, gli altri sistemi siano migliori del nostro e non tiene conto delle differenze storiche e culturali fra le diverse popolazioni. Per di più, non tiene conto nemmeno del fatto che, nel rapporto fra parlamentari e popolazione, gli altri paesi europei hanno alcuni una rappresentanza minore e altri una maggiore.

Sommando deputati e senatori, attualmente l’Italia ha un rapporto di circa un parlamentare ogni 63.000 cittadini. Rapporto che colloca l’Italia in una posizione mediana se si considera, per esempio, da un lato Francia (1/72.000), Spagna (1/76.000), Germania (1/105.000), dall’altro Regno Unito (1/47.000), Svezia (1/29.000), Olanda (1/29.000), Finlandia (1/27.000).

Un terzo obiettivo, da alcuni più sottinteso, da altri più gridato, è quello di sferrare, con questa riforma, un colpo alla cosiddetta “casta”.

Appare però evidente che se l’obiettivo della riforma è attaccare parlamentari incapaci, nullafacenti e corrotti, la soluzione di tagliarne il numero non risolve il problema, casomai lo amplifica, poiché la riduzione del numero non implica una selezione per meriti e capacità. Che tanti parlamentari tradiscano il mandato ricevuto è certamente evidente, ma la soluzione di questo grave problema è molto più complessa; probabilmente è soprattutto di tipo culturale e necessita interventi nell’ambito della scuola, dell’informazione e dei partiti. Pensare che la soluzione sia nella riduzione dei parlamentari è quantomeno ingenuo.

Un quarto obiettivo, infine, è di tipo economico: diminuire il numero dei parlamentari significa risparmiare.

Questo è vero. E non mi piace controbattere a questa motivazione con la storia dei caffè (il risparmio per ogni cittadino equivarrebbe al costo di un caffè). Se il risparmio fosse relativo a uno spreco, esso andrebbe comunque ricercato, anche se fosse di un solo euro.

Il problema è, però, un altro: il risparmio di circa 82 milioni annui che si otterrebbe riducendo a 600 il numero dei parlamentari, lo si può ottenere tagliando 82 milioni di spese per gli stipendi e i benefici dei 915 parlamentari attuali. Un taglio di questo genere avvicinerebbe, fra l’altro, il cittadino al suo rappresentante in Parlamento perché, quantomeno, lo stipendio dell’uno non sarebbe più la decima parte di quello dell’altro.

Con il proprio voto, i cittadini italiani stanno per assumere una decisione. Quando essa sarà stata assunta, qualunque essa sarà, occorrerà continuare a lavorare insieme, ognuno per le proprie responsabilità, cittadini e parlamentari. Occorrerà continuare a lavorare affinché migliori qualcosa che né la vittoria dei “sì”, né quella dei “no” riuscirà a migliorare.

La vicinanza del parlamentare al cittadino, la riduzione degli sprechi, la partecipazione politica attraverso un sistema elettorale che dia maggiore protagonismo ai cittadini, partiti politici capaci di coinvolgere gli iscritti nelle decisioni, di selezionarli e formarli per l’assunzione di impegni amministrativi e politici; tutto questo nella riforma non c’è.

Se la riforma passerà, non si potrà considerarla un punto di arrivo. Ma anche se la riforma non passerà, quegli obiettivi andranno perseguiti ugualmente.

Ancora una volta non bisogna confondere il momento referendario, che inevitabilmente divide, con quello dell’impegno quotidiano, che deve ricercare quante più possibili convergenze.