Daniele Nardi e l’ostinazione di voler toccare il cielo (I guardiani del Nanga)

Daniele Nardi e l’ostinazione di voler toccare il cielo (I guardiani del Nanga)

16 Settembre 2020 0 Di Lidano Grassucci

Stare in cielo quando si è nati in un purgatorio. Esistono umani che vogliono andare nell’Olimpo curiosi di vedere l’ira di Giove, la bellezza di Venere e l’invidia degli dei per gli umani.

Dal lavoro di Gioia Battista (nella foto) andato in scena ai Giardini del Comune di Latina lunedì sera.

Bravissimo Nicola Ciaffoni in una impresa difficile “avvincere” con un monologo un bisogno di sfida che è collettivo per quanto ciascuno a suo modo.

Si parlava di montagna, si parlava di 8000, di parlava di Nanga Pargat, una cima male detta, ma come ogni male dizione c’è l’ostinazione degli uomini ad andare a vedere. Il pubblico seguiva con attenzione i ragazzi di Trieste venuti qui a raccontarci di uno di noi, Daniele Nardi che quella cima, quella maledetta cima l’aveva ostinatamente in testa.

Il lavoro di Gioia rende l’ostinazione, rende questa umana cosa che ci fa ciascuno per la sua sfida tutti ostinati. Non è un racconto di montagna è un monologo di uomini in montagna. Daniele Nardi è nato in una collina che respira il piano, che volge le spalle ad un mondo severo ma non cattivo come il Semprevisa, a sud di Bologna in quell’Italia che teme: vulcani, terremoti, la rabbia del mare ma non la montagna, l’acqua ferma, la maremma. Il santo di qua, Francesco, al lupo, che è il “cattivo” del monte ci ha parlato. Benedetto ci ha cercato pace per scrivere la memoria degli umani, i papi sono scesi da qui nell’urbe come Leone XIII. Lo chiamavano Romoletto per la vicinanza non al monte ma alla civiltà, per essere piccolo e tutta volontà.

L’opera è di 7 alpinisti ma lui, Daniele, oggettivamente è il più ostinato. Ma perchè? Ma dove?

Gioa mi costringe a cercare questa ostinazione alla sua sorgente, mi costringe ad accettare l’idea di gente che decide di fare quel che tutti gli altri, semplicemente, non si può fare: rivedo gli uomini di qui e la maremma che era, che è questo posto e c’erano gli 8000 ma in basso e non il vento del monte ma l’afa, la zanzara della mala aria

Tutti mi dicon maremma maremma
Ma a me mi sembra una maremma amara
L’uccello che ci va perde la penna
Io c’ho perduto una persona cara
Sia maledetta maremma maremma
Sia maledetta maremma e chi l’ama
Sempre mi trema ‘l cor quando ci vai
Perché ho paura che non torni mai
Una storia incredibile e per questo si fa teatro. Gioia Battista, che è autrice dei testi, lo ha mostrato ad un pubblico che ha ascoltato, ha visto e nel cuor suo ha capito che esiste l’ostinazione: se c’è un Olimpo con i suoi dei han voglia di scendere ci sono uomini che salendo si fanno dei.
I guardiani del Nanga
Storie di (stra)ordinario alpinismo
di Gioia Battista
regia Stefano Scherini
con Nicola Ciaffoni
una produzione Mitmacher teatro e Botëghes Lagazoi
in collaborazione con Teatro del Carretto