Latina/ Finardi suona nel giardino del Comune: avevamo un appuntamento con noi

Latina/ Finardi suona nel giardino del Comune: avevamo un appuntamento con noi

20 Settembre 2020 0 Di Lidano Grassucci

CONTESTO

Giardini del Comune di Latina, concerto di Eugenio Finardi, organizzazione Maggio Sermonetano.  Acoustic trio con Giovanni “Giuvazza” Maggiore alle chitarre e Federica Finardi Goldberg al violoncello.  partecipazione straordinaria, alla batteria Beppe Basile

QUELLO CHE HO ASCOLTATO… PROVATO: QUELLO CHE SIAMO STATI

Ogni tanto guarda “l’orologio”… “sapete il cuore”. Sono seduto in una platea lunga, pulita, elegante dentro i giardini del comune. Lui sul palco è Eugenio Finardi “negli anni ’70 ho pensato che dovevo scrivere di un mondo che mutava… poi sarei tornato a fare musica con…”. Ma poi, un poi che non c’è stato mai perchè quell’idea che “potesse essere diverso” non è mai passata da sogno al vero. Su un tram a scrivere che “se una radio è libera ma libera veramente, libera la mente”. 

Eccoci ora, in Comune ben vestiti, con l’orologio che ci conta i battiti del cuore secondo algoritmi precisi. Una signora accanto a me le canta tutte, è elegante, profuma di lavanda, avrà una certa età ma è venuta qua a vedersi in quella fotografia che era la nostra utopia. Sola per gustare tutto di più. Mi chiede “posso?”. Intende il posto, io dico “prego”, si siede e si prepara ai suoi ricordi, capisco da lei perché sono qui: cerco i miei.

La musica era ribelle, la radio era libera e la rabbia era quella di Savonarola (e forse la nostra fine la stessa, ma senza la statua a Campo de Fiori).

Riuscivamo a parlare con gli extraterresti che abitavano le stelle. Abbiamo chiesto un passaggio per una stella su cui ricominciare per avere nostalgia di tornare. Abbiamo pensato ad un modo diverso, libero e di ogni angolo dell’universo per vivere non meglio, non peggio, ma diverso.

Va, Eugenio Finardi, e spiega come lui, mamma americana, sceglie questo posto così lontano dal suo universo, c’è la nipote che ha studiato la musica in italiano, lei che di quella Boston ha l’aria, la purezza di chi voleva un mondo meglio in una “stella” ma poi cerca le radici. Maledette radici, maledetta Italia, troppo dolce per essere odiata ad averci uccisi.

Ma in Italia oh dolce Italia
In Italia è già primavera
In Italia oh dolce Italia
La gente è più sincera, la vita è più vera

Ecco che sono venuto a fare qui… il sindaco Damiano Coletta presenta, dice, è del ’60 (nato nel ’60) e forse sta qui per lo stesso motivo che ho io e tanti intorno a me, o tutti tranne qualcuno. Siamo allo specchio

Ci si sente feriti, usati e poi gettati via
Ci si sente traditi come bambini abbandonati

Si parte, vai dentro una musica che era ribelle, che urlava di cambiare, che ci diceva di metterti a lottare a cercare di cambiare.

“Nessuno ci potrà fermare se ci mettiamo tutti a lottare”. Già, il cuore si fa denso, pieno, come se ci fosse un discorso tra noi, tra noi ancora lungo da fare.

Un motorino da fuori vuole far rumore, già il rumore maleducato degli ineducati della periferia che “imparavano” la musica da chi la sapeva fare e ci sentivamo uguali, più eguali.

Poi, ciascuno ha i suoi ricordi di un tempo che ogni cosa è scoprire, scoprirsi e le ragazze erano così intelligenti da sopportare questa nostra impertinenza di scoprire la vita.

Lui parla tra una canzone e l’altra come se siamo seduti in un parco Lambro affollato di vita ed entusiasta di vivere.

“Impresentabili ai genitori” lo siamo stati.

Mi guardo le mani, la musica vibra e Soweto è un posto senza nome, una città da coordinate geografiche con dentro anime dimenticate, con libertà ammazzate.

Sto nel giardino di un palazzo razionale, fatto da un destino cupo. Quando, anni e anni, fa, arrivavamo qui con i cortei le porte erano chiuse, le guardie a guardare figli impazziti di vita che facevano paura. Ora sono dentro, statue pulite, mascherine che ci fanno asettici.

Eccoci, eccoci: dovevamo cambiare il mondo, il mondo chi ha cambiato. Noi che non rispettavamo neanche la regola di respirare oggi ordinati e affaticati, certo eleganti, puliti, ma senza…

Fa male sentirsi rifiutati e rigettati dalla gente
Per tutto o per niente ma in fondo il perché non è importante
Ci si sente feriti, usati e poi gettati via
Ci si sente traditi come bambini abbandonati
Ho bisogno di un rifugio, di rifugio da me stesso
Si sopprattutto da me stesso e ne ho bisogno proprio adesso
Da una donna o da un amico, dalla mamma o dal marito
Da un amore ch’é finito male, da un figlio che non vuole più tornare
Lo so ti senti solo
A volte così solo
Anch’io mi sento solo
Solo come te
Esistono generazioni sensibili di se stesse e sul palco c’è il ragazzo che si era prestato a scrivere di una ribellione per poi tornare alla sua musica fatta di suoni, siamo ancora qui a scrivere canzoni e ad ascoltare ricordi.
Il cuore? L’orologio e il suo algoritmo ha segnato a tutti una cosa divertente, sul display c”è scritto a caratteri grandi come una stella: siete vivi e vi invidio che ci avere provato veramente
Il concerto finisce e, confesso, un poco meno solo sono.
GLI OCCHI VERDI 
Avevo sedici anni
ero un timido nei panni
di un ribelle visto alla televisione
ma la forza dell’amore
la conoscevo giàe se avevo paura
facevo la faccia dura
per le strade della mia città
ma la forza dell’amore
la sentivo già
Poi resta il sapore dei ricordi, restano le strofe appese all’album di questa vita fatta di corsa, questa vita dove scopri che puoi capire gli occhi dai colori di un atollo tropicale, che puoi pensare che ad Atene l’amore aveva una forza che batteva anche il tempo, poi… mille colori, mille facce, mille sensibilità, tutte in fila in un viaggio di due ore, ma vi assicuro è durato di più. “no, non è Francesca”, in fondo ad una corriera.
GLI AMICI
Poi cerco, d’istinto il mio amico Gianni, dove sei Damiano, Enzo è si è perso dietro un signorina che lo guarda con scoperta di desiderio,  Felice già non sa dove sta. Mi sveglio, non, non è un altro tempo, mi sono distratto ma cerco l’R4. E’ stato solo un momento
C’è già troppa ipocrisia
Legalizzatela
La vita mia, la vita nostra, la vita di una generazione che si perse dietro delle canzoni, per poi tornare a fare musica. Ancora scriviamo canzoni.
PS: Ringrazio il sindaco Damiano Coletta che non ha le mie simpatie ma certo portare finardi dentro questo palazzo e la sua retorica muraria mi piace, confesso. Anche un orologio rotto per due volte al giorno è preciso. Grazie