Il viaggio di Rita nella sanità nel Covid e quel che resterà dopo

Il viaggio di Rita nella sanità nel Covid e quel che resterà dopo

18 Ottobre 2020 0 Di Rita Berardi

Vi avevo scritto tempo fa che come tanti di voi in tempo di lock down ero stata ispirata alla risistemazione casalinga e tra questa quella ormai epocale della mia quarentennale libreria. Ed ecco qualche settimana fa spuntare dal caos vecchi articoli scritti per il quotidiano Latina Oggi tenuti in ordine per anno e data mentre, quelli che sono serviti per il “patentino” erano in altro ordine e allora in quel che ormai non sembra essere piu’ una risistemazione casalinga, ma una caccia al tesoro, mi sono messa all’opera e ho ristabilito un ulteriore ordine di decennali articoli scoprendo tristemente che da qui a 20 anni indietro, nulla è cambiato in meglio se non in peggio, in quasi tutti I campi quali la scuola, le amministrazioni pubbliche, la politica e la sanità. La sanitá, parola attualissima, in tempo di Covid e proprio rileggendo i vecchi articoli scritti agli inizi del 2000 sullo smantellamento voluto politicamente degli ospedali locali, mi sono resa conto che in quegli anni, nonostante l’impegno vero di alcuni politici e associazioni di categoria e quello di comodo di altri, nessuno si rendeva davvero conto dove saremmo arrivati. Oggi quel visionario progetto promesso di un mega policlinico provinciale non si è visto e in quasi 20 anni si è arrivati al punto che, se hai da andare al pronto soccorso ad exempio a “Sezze” che poi è un PRIMO INTERVENTO l’augurio è quello di trovare il tuo “Virgilio/ dottore” che ti accompagni nel girone giusto di quell’inferno dantesco che è diventato ormai, il Santa Maria Goretti. Scritta non fu mai appropriata come quella Dantesca :” LASCIATE OGNI SPERANZA VOI CHE ENTRATE”. La speranza invece, è nostro diritto avere su quella scienza umana che fronte a qualsiasi “Santo” si proroga il diritto di vita. Quella scienza e capacità mediche a cui si affida una donna che è anche una mamma, una nonna, una persona viva quando entra in un ospedale e se pur arresa a passare l’inferno, di certo ha la speranza di tornare nel suo Paradiso Terrestre di Adamo ed Eva e non in quello Celestiale ” a guardar le stelle”. E vorrebbe vivere, come ogni essere umano che si rispetti, sperando che il suo nome, Adriana, non sia solo un vago ricordo romantico di un vecchio film hollywoodiano, ma urlato dalle nipotine, da suo marito in un giorno di gioia e non di dolore dovuto a quel “forse” errore umano che non ci si aspetta da chi, nella scienza ha fatto giuramento e dovere senza ogni volta magari ricorrere alla triste giustificazione che la colpa è di chi 20 anni fa pensò bene di smantellare pezzo per pezzo gli ospedali locali per un visionario progetto che nemmeno con il MES riusciremo ad avere mentre, certo è, che tra “la speranza e il saper fare” a morire sono “i cristiani”.