Covid 19/ Mi tolgo il cappello quando passano quelli del Goretti e ogni medico
17 Novembre 2020Poi? Poi, dopo la tempesta, cosa lascerà la bassa marea? Non lo sa nessuno ma forse ci sarà un nuovo bisogno di salute. Forse dovremmo pensare ad un ospedale, il Santa Maria Goretti, da “curare”, da “ristrutturare”, da “adottare” . Mentre quello dei sogni è sognato, quello che deve salvarci è curato. Serve rispetto per il Goretti che se è ospedale non è scuola, non è assistenza residenziale, non è ammortizzatore sociale ma è ospedale.
Serve amarlo, metterci dentro gli infermieri come il sale nelle ricette “quanto basta”, non uno di meno e medici allo stesso modo senza lesinare che non significa sprecare.
Serve che si investa sul Goretti ma anche che tutti, dico tutti, usciamo dal fatalismo che se guariamo è merito di Sant’Antonio, se va male è colpa del medico.
Serve credere nelle cure non nei miracoli, serve che tutti portiamo rispetto per chi lavora nel diritto alla cura che non può essere pretesa di guarigione, presunzione di ragione.
Fare del proprio meglio tutti e l’impresa non esclude le famiglie di chi soffre.
Soffrire, ammalarsi poi non è una colpa un giudizio cattivo di Dio, ma è la sorte che sta nel pacchetto di nostra vita.
Se fossi un amministratore, uno che conta direi grazie a chi lavora, direi forza a chi mette mano. A me piacciono i fanti con i generali ho poco da spartire.
Poi a riconoscimento del mio medico che non si è tirato indietro rimanendo se stesso anche nella paura, ha visitato senza chiedersi “che rischio” ma “chi curo” anche se c’era un conto salato da pagare.
Darei, a questi medici che ci curano ogni giorno, il riconoscimento di un impegno che quando c’è è così grande da salvare la gente e gli ospedali. I malati si curano in ospedale quando il male è tanto ma l’ospedale lo curano i medici da casa. E gli infermieri che non fanno mai teoria ma stanno sempre nella prassi della malattia, che con il dolore ci parlano, che ogni addio è una sconfitta e un arrivederci la ragione per tornare a lavorare omani.
Ecco dopo la tempesta farei un patto e, se fossi di sinistra come sono e fui, direi peste lo colga a chi ha messo il numero chiuso all’università uccidendo le opportunità per migliaia di ragazzi e lasciando il Paese senza cure. Due idiozie in una scelta sola.
Mio nonno Lidano, comunista e contadino, mi insegno “non te teta levà mai i cappeglio dinnanze a niciuno, fosse puro i papa”. Rispetto la sua regola scrupolosamente, ma il cappello si toglie davanti alla generosità ed io lo voglio fare ora.


