L’orario della messa di Natale al tempo del covid e la Fede al tempo dell’uomo

29 Novembre 2020 0 Di Lidano Grassucci

“Se daremo tempo al tempo, arriverà sempre il giorno in cui la verità diventerà menzogna e la menzogna si trasformerà in verità.”

Josè Saramago, Il vangelo secondo Gesù Cristo

 

Ma come a mezzanotte non possiamo andare alla messa di Natale?

Che offesa alla libertà, alla nostra cultura, all’Occidente.

Sono discussioni intorno alla pandemia, ai limiti che ci impone il Covid 19. Sono i termini della nostra vita, della cultura e della salvezza se c’è.

Ma come andò quella sera di 2020 anni fa? Un uomo ed una donna dovevano fare un dovere con lo Stato, farsi contare. E ciascuno lo doveva fare dove era nato, nel posto dove il caso l’aveva portato qui. Un uomo non giovane, una donna giovane e ogni posto precluso a loro, occupato, indisponibile, impossibile. La donna era in una Grazia che i racconti non possono dire. Avreste dovuto vederla in quella notte incredibile, fredda e buia di stelle. Lei e un bambino che insisteva per venire al mondo da un altro mondo. L’uomo le stava vicino alla ricerca di un rifugio, di una soluzione e non vennero festanti, ma c’era un umile asino che non pensava certo a entrare nella storia e un bue uso all’aratro senza più possibilità d’amore ma paziente e col fiato grosso, quasi fosse una stufa. Tutto qui, tutto qui e non c’era nessuno, neanche i sacerdoti di un credo che, semplicemente ancora non c’era.

Dicevano che un Re lo temesse, ma non l’uomo ma il bambino, ma non sapeva perché. Vedete, non c’è mai festa in questo racconto ma bisogno e paura, mai una festa e c’era un vita da salvare, o due? Già c’erano due vite da salvare quella che già c’era di madre e quella che sarebbe venuta di bimbo.

Non c’era l’orologio sulla torre del Comune, non c’erano le campane a battere la mezzora, non c’erano sacerdoti a organizzare il tempo dell’ozio, del lavoro e della devozione. E non c’erano supermercati, doni neanche a parlarne.

Fu un accordo, un fare e rifare lo stesso accordo nella chitarra del tempo a mettere orari, furono uomini pii a chiedere questo tempo ma non per il cappotto di astrakan, non per far vedere che ci sei, ma per ricordare che è venuto e allora lo puoi fare a casa, lo puoi fare dentro, lo puoi fare… nell’anima e non serve il rito perché è indispensabile la fede, quel dono che non ho ma conosco per educazione, che nego per ragione, ma dentro resta un lievito trasferito per amore senza obbligo alcuno.

Quindi quanto sento la “pretesa”, l'”offesa”, per il divieto di andare a messa a mezzanotte penso alla libertà bellissima di sentire dentro la salvezza, di alienare il salvato, il salvante, la cura dai riti per far finta di salvarsi.

Quindi? Non è la messa di mezzanotte che salva ma il bambino che nasce ogni giorno, è il bue con sua alitare e salvare bimbo e madre dal freddo, è la testardaggine dell’asino che porta la soma per gli altri. E’ Giuseppe nella sua pazienza per un figlio che come ogni figlio è figlio del mondo, di Dio, e non tuo, mai del padre che è sempre destinato a non esserci da vivo e mancante quando si comincia a ricordare e non c’è davvero

A mezzanotte del 25 salvate il corpo restando a casa, ma cercate nella vostra fede la salvezza dell’anima. Io non posso e vi invidierò in questa disperazione che abbiamo noi figli della stessa educazione del credente ma impossibilitati a credere per una fede che forse è anche meno possibile.

Quando sento saggi offendersi per i riti dell’amore e non per l’amare sento una umanità povera.

 

Nella foto: Natività di Giotto, museo diocesano di Padova