Riforma della polizia: quando le guardie diventarono lavoratori

Riforma della polizia: quando le guardie diventarono lavoratori

6 Aprile 2021 0 Di Fatto a Latina

In principio fu Giuseppe Di Vittorio, il più grande sindacalista della storia d’Italia, che, vedendoli schierati in tenuta antisommossa durante gli scioperi operai degli anni Cinquanta, si rivolgeva agli agenti di polizia definendoli
“nostri fratelli e figli del popolo”.
Parliamo di uno che in vita sua conobbe le divise fin da giovanissimo, ma non perché gli venissero regalati cappellini blu da ficcarsi in testa durante la Festa della Polizia.
Conobbe i poliziotti perché, prima e durante il fascismo, lo accompagnarono spesso nelle regie galere in quanto considerato sobillatore e sovversivo. Uno che vide morire i suoi compagni di lotta, poveri braccianti, presi a legnate
o pistolettate dalle Guardie di Pubblica Sicurezza. Era un “questurino”? Un “amico del giaguaro”? Non vedeva l’ora di indossare felpe con l’Aquila Dorata per dimostrare di stare vicino ai “nostri ragazzi in
divisa”?
Azzardo un convito no.
Eppure chiamava quegli agenti, schierati contro i suoi cafoni, fratelli perché li considerava parte della grande famiglia dei lavoratori.
Dopo l’uomo di Cerignola, venne lo scrittore e regista Pierpaolo Pasolini. L’osceno Pasolini, l’impresentabile (persino per il PCI che lo espulse) Pasolini. Lui durante la contestazione studentesca, quando tutti lisciavano il pelo ai
giovani rivoluzionari figli della borghesia, scrisse una memorabile poesia. “Quando ieri a Valle Giulia avete fatto a botte coi poliziotti, io simpatizzavo coi poliziotti! Perché i poliziotti sono figli di poveri. Vengono da periferie, contadine o urbane che siano”
Nel frattempo, e soprattutto, vennero tanti coraggiosi uomini in divisa che, dopo una lunga lotta, riuscirono a far approvare la Legge n.121/81, di cui ricorre quest’anno il quarantennale.
Una riforma che non solo “smilitarizzò” il Corpo delle Guardie di Pubblica Sicurezza ma creò la moderna Polizia di Stato, come prima forza di polizia civile a competenza generale e ridisegnò il sistema della Pubblica Sicurezza
del Paese Per arrivarci ci vollero dieci anni di lunghe lotte dolorose.
Il Reparto Celere di Milano (incredibile eh? Proprio quelli che Di Vittorio chiamava fratelli) nel 1969 fece da detonatore a proteste che divamparono in tutte le caserme d’Italia con gli agenti che chiedevano condizioni di lavoro più umane e pretendevano di non essere più trattati come “numeri di matricola” sacrificabili sull’altare della Patria (proprio nel 1969 proprio a Milano morì il giovane poliziotto Antonio Annarumma, ucciso durante una manifestazione politica).
Molti di quei lavoratori in divisa si trovarono trasferiti e sanzionati disciplinarmente a causa di quella battaglia.
Qualcuno come il Capitano Margherito, che denunciò i metodi ingiustificatamente violenti nella gestione dell’ordine pubblico ed i rapporti insani tra estremisti di destra e uomini della Polizia a Padova, venne arrestato come sedizioso.
Li aiutarono nel mondo politico i tre sindacati confederali e qualche politico illuminato.
Uno che offrì loro grande copertura politica fu quello che mai t’aspetteresti, “Il Picconatore” Francesco Cossiga.
All’epoca gli oppositori (i vertici militari) dissero che con quella riforma la Polizia avrebbe perso autorevolezza e l’Italia darebbe sarebbe caduta preda dei violenti e dei criminali, con le caserme vuote per sciopero. Si sbagliavano e per fortuna una politica davvero autorevole e forte riuscì allora ad imporsi.
Oggi qualcosa di simile dovrebbe e potrebbe avvenire a seguito della Sentenza nr 120/2018 della Corte Costituzionale che ha riconosciuto per tutto il mondo militare il diritto all’associazione sindacale.
Pure questa poteva essere una grande occasione di riforma di tutto il comparto sicurezza-difesa, ma la politica evidentemente non è la stessa del 1981.
Le Camere dopo due anni di travaglio stanno per approvare una legge che non vuole modernizzare nulla, ma solo anestetizzare quanto chiesto dall’Alta Corte.
Chi invece ci crede però non dimentica che Di Vittorio diceva sempre ai fratelli lavoratori che nelle lotte politiche e sindacali vince spesso non chi è più forte ma chi resiste di più.

Davide FacilePenna