Ungaretti spiegato dai gatti

Ungaretti spiegato dai gatti

6 Aprile 2021 0 Di Lidano Grassucci

Mi illumino

d’immenso

Ungaretti, Mattina

 

Se tornassimo a capire le forme della vita invece di parlarne? Se, dico se, provassimo a uscire dal dominio del parlato ed il parlato tornasse ad essere supporto del sentire? Ho avuto, lo confesso, una educazione felina. Con i gatti ho passato tanto tempo, tempo in cui gli umani avevano altro da fare rispetto a stare con me. Quindi ho dovuto “sentire” questi animali che si sono fatti “sentire” ed abbiamo stabilito rapporti dove le parole avevano spazio ridotto. Mi hanno insegnato a leggere l’affetto quando c’è da come il corpo, il loro è elegantissimo, si muove si modifica si affianca. Poi, poi, ho capito l’eleganza quando loro si volevano mostrare, o volevano guardare.

“Stai troppo con i gatti”, mi dicevano preoccupati. “Diventerai come loro: feroce e solitario”. Non so se questo si sia avverato, so che ho imparato che le anime fanno un gran rumore nel loro silenzio.

I gatti leggono gli occhi, ti guardano negli occhi, poi sentono gli odori, poi interpretano la velocità dei gesti, poi sentono i bisogni. Gli egizi pensavano a loro come dei, loro sanno di esserlo. Le eresie sapevano che loro conservavano verità che abbiamo dimenticato, sapienze che ci hanno messo paura ed abbiamo riposto in un mondo che chiamiamo avventura.

Naturalmente non tutti i gatti sono eguali, ciascuno ha la sua impressione, la sua grande considerazione, il suo modo di stare qui.

Ho avuto, per amica, un micia dai colori netti, occhi cangianti nelle tonalità che fa il giallo con il blu. La mattina ci incontravamo all’uscio di casa, non chiedevo, non chiedeva ma c’era. I suoi occhi erano un romanzo, i miei ricambiavano, lei si alzava e ci seguivamo, senza avere meta. Li mi diceva “guarda il giorno che verrà, non badare a quello che è stato”, io “certo la tua notte è stata dura, sento che ricordi di aver avuto paura, ma oggi…”. Il barbagianni, la volpe, la civetta, la faina… la notte per un gatto non è come un passo sicuro, è tempo incerto, nella condanna sua di dover cacciare. Io capisco i suoi incubi lei leggeva i miei. Poi ciascuno nella sua vitalità, umana o felina che sia.

Abbiamo parlato fitto, ho imparato cose che neppure immaginavo, lei ha ricambiato.

Direte: ma perchè ci conti questa storia?

Perché la dittatura delle parole mi scuote e uccide la libertà di sentire.

Così ho capito Mattina di Giuseppe Ungaretti, non c’è bisogno di parlare ma l’esigenza di sentire: la luce in noi, l’immensità del resto. A me l’hanno spiegata i gatti.

 

Foto: Carl Kahler (1855-1906) Gli amanti di mia moglie