Faceva parlare i soldatini
15 Luglio 2021Credo che in certi momenti il cervello non sa più pensare
E corre in rifugi da pazzi e non vuole tornare
Poi cado coi piedi per terra e scoppiano folgore e tuono
Non credo alla vita pacifica non credo al perdono
Pierangelo Bertoli, certi momenti
Ero fuori, ma non in vacanza, proprio fuori di me. Spiego, non arrabbiato cosi tanto da non essere presente al mio equilibrio ma proprio uscito. Ho assistito per un poco alla mia vita da spettatore. Come a teatro, ma lo spettacolo era il mio. Ho seguito anche la trama. Poi mi sono perso.
In scena un bambino non gioca a pallone, non corre a perdifiato tra gli alberi o su di un prato, ma fa parlare i soldatini. Seduto su un pavimento di marmittoni sollevati dal tempo sotto un tavolo con un centrino all’uncinetto che fa base di un vaso di vetro senza fiori.
I soldatini parlano fitto, sono eroi senza guerra, anzi sono normali sagome di vita banale. Ma quel bambino che strano, ha gli occhi così persi in avventure armate di parole. Sta male è evidente, il male di non essere normale e la norma non vale. Tanti chiedono a lui ragione di quella storia, lui risponde come fosse vera. Ci credono, lui si ritrae, ora che penso allo spettacolo è vero che non ha mai mostrato dubbi, aveva rispose come la Sibilla Cumana su ogni cosa umana, tranne se
E se Dio fosse uno di noi
Solo e perso come noi
Anche Lui con i suoi guai
Nessuno che Lo chiama mai
Solo per dire: “Come stai?”
Eugenio Finardi, Se dio fosse uno di noi
La canzone è rock, ma il dubbio da qui da questa alienazione viene, se quel bimbo fosse uno di noi, solo un bimbo. Perso come gli spettatori intorno a me.
Non reggo lo spettacolo, non reggo il personaggio e mi ritrovo alienato a far parlare i soldatini sulla costruzione di un ponte e sulla casa oltre il fiume dove ragazze sorridono se passi di là, ma non vanno più oltre perché con soldati che vanno alla guerra il tempo è già perso che non torneranno.
Guardo lo spettacolo e quel bimbo mi pare di conoscerlo. Che confusione
“Dai basta, basta… vieni a mangiare”
“No, ho una guerra da fare…”, ma no, il bimbo non risponde sono io di ora che avrei detto così, lui continua a fare la sua guerra, seduto per terra.
Una bimba gli chiede di giocare, lui prende una macchinina bianca, scrostata (giù di carrozzeria) e la mette nelle sue mani “questa va veloce, senti il motore, guarda le ruote”. Alle bimbe non piacciono le automobiline, ma lui la fa parlare e con la bocca imita il motore, poi la lancia sui marmittoni fermandola prima che va ad “intruppare” e chiede alla ragazzina “dai sali che si va a vedere dove finisce questo mondo”.
Sfuma, la bimba sale o va via non si capisce.
Lui è grande ora, guarda un lago all’inizio della sera. Gallinelle d’acqua paiono vascelli e lasciano la scia di un’elica, i soldatini presentano le armi, il trombettiere suona il silenzio ma ha lo spartito della ritirata.
Mi addormento, non poteva essere un bimbo che non corre dietro una palla, non corre a perdere il fiato su un prato, ma fa parlare i soldatini. Ora visto da distante capisco sarebbe dovuto andare a mangiare e accettare che i soldatini non parlano e chi li fa parlare si dovrebbe ricoverare.


