Don Luigi saluta Borgo Faiti e io mi tolgo il cappello non potendomi segnare la fronte
2 Settembre 2021Seguo, mio malgrado, una campagna elettorale per le comunali prossime che dire noiosa è dire poco. Vale per Latina, ma non è diverso da Sezze. Perché? Forse siamo malagente, forse perché abbiamo perso l’anima venduta a qualche robivecchi? Cerco ragioni di bellezza in torti brutti e uno scrivere che è tutto un complotto. Ci saranno storie pulite? Vedete non amo l’incenso, quelli che si battono il petto ma rigorosamente davanti ad un pubblico, quelli che pregano per darlo a vedere, quelli dei feticci e non della coscienza. Invidiando gli altri naturalmente, gli altri che credono che tutto non finisca qui ed hanno una speranza.
Vi parlerò di un prete, io che ho sognato i cosacchi a Piazza San Pietro, io che per quanto mi hanno insegnato a pregare so imprecare senza avere la speranza di uscirne vivo, almeno per l’anima. Un prete che riguarda Sezze e Latina, in quella continuità nel piano che non ha mai avuto confine, anzi il suo confine non separava ma era una strada, la via Appia. La strada che portò anche Cristo da queste parti.
Lui è Don Luigi Venditti, ha la forma da prete, è prete per educazione, per vocazione, per cultura di quel cattolicesimo setino nell’enclave di San Lorenzo che è mistico, misericordioso, più d’amore che di teologiche spiegazioni. Il Cristo li non insegna come vivere, ma è il vivere stesso. Non ci sono condanne, ma comprensioni anche per gli errori. Perchè l’onnipotente ha creato la bellezza ma c’è anche il brutto, anche questo è creato. Dentro questo ci sono inni ai santi, ma santi che sono così umani che puoi anche dargli la mano, parlargli fitto e quello ti risponde.
Don Luigi per 12 anni ha “condotto” la parrocchia di Borgo Faiti, una volta un pugno di case lungo un canale davanti alla regina delle strade e al setino Foro Appio dove anche San Paolo indugiò un poco, lui che è fede-ragione e raccomandazioni con tutte le sue lettere. Non ha condotto una parrocchia ha seguito la trasformazione di quelle case, poche, in una periferia di una città che, allo loro spalle, non vedeva più fiume, strada e foro. La sua chiesa apriva all’alba e chiudeva a notte senza sbarre quando qui, in città, le chiese e i preti di sono fatti carceri intorno. Ma a San Lorenzo la Chiesa non va protetta, ma protegge, la chiesa non ha paura, ma infonde speranza. Di quanta misericordia ha bisogno l’uomo, di quanto potere hanno bisogno quelli che calcolano anche Dio?
Don Luigi ha fatto il suo lavoro, ora va via va a Terracina. Prenderà l’Appia verso sud. La mattina non avrà davanti Sezze, non ci sarà una stazione di posta per le lettere di San Paolo, ma credo che aggiungerà misericordia a misericordia, alla scelta di cuore nelle strette di San Lorenzo, la scelta di seguire la gente dalle strade larghe e diritte, alla città che ha il mare e sa andare nel mondo.
Esistono brave persone, esiste una radice profonda di cultura umana che se la ritroviamo ci salverà.
Io vi ho raccontato la storia di un prete che porta il nome di un ragazzo, Luigi Di Rosa, ucciso dall’odio, ucciso da chi si sentiva esente dalla pietà per la sua forza di niente. Il seme di un nome.
Vedete un prete non è un uomo vestito di nero, che segna il bene e il male per gli altri, ma uno che crede ci sia spazio per la bellezza e sorride.
Don Luigi celebrerà la sua ultima messa sabato 11 settembre nella parrocchia di Borgo Faiti.
Lo saluto con una battuta che lui da setino emigrato per il mondo (anche se un mondo attaccato) capirà: dai su ca piano piano t’aravicigni puro tu. Direte: ma dove? A Sezze
Don Luigi andrà a guidare la parrocchia del SS Salvatore a Terracina


