La cura e la rosa

La cura e la rosa

2 Ottobre 2021 0 Di Lidano Grassucci

È il tempo che tu hai perduto per la tua rosa che ha fatto la tua rosa così importante.
Antoine de Saint-Exupery

Ho imparato la cura da una storia che non era certo accurata. Mio nonno mi portò in campagna con lui. Aveva mani di cuoio e la Grazia in lui pareva non aver indugiato neanche un istante. Era così duro che la durezza di un diamante era come burro.

Mi prese che dormivo, mi caricò sul suo carretto e piano piano con il mulo scendemmo dal monte per il piano. Forse era di settembre.

Mi svegliai che era già sorto il sole, lui mi copriva dal freddo con una mantella nera di tessuto forte, me la rimboccava con la grazia che non aveva, che non avrebbe dovuto avere. Cominciava con quel gesto una “educazione siberiana”. Ci fermammo nella vigna che lui teneva come un giardino.

Mi portò alla testa del primo filare, il mattino nel mio mondo ti riempie i polmoni, ti sveglia, ti desta, ti porta coraggio che la sera non hai.

Nonno si abbasso all’altezza della mia faccia, apri la mano e prese tra le dita una rosa. Sì una rosa, non la strappò, non l’accarezzò se ne prese cura.

Non ho mai rivisto tanta cura in vita mia, neanche quando ho visto danzare le stelle de La Scala. Tra le mani di cuoio una delicatezza di seta, nella forza di un buttero la grazia di un volo di farfalla.

Come un abbraccio in una notte di ottobre tra due anime nello stesso volo, come due aquile che si incontrano nel cielo infinito, così grande che l’incontro non era previsto, probabile, eppure è lì evidente.

Nonno mi disse con occhi azzurri segnati dal vino: “ecco la bellezza, devi averne cura” .

La mano lasciò il fiore, la spina segno quella carezza fatta da un uomo che pensavo non sapesse carezzare e ora piango perché ho capito e me ne prenderò cura.

Rosa fresca aulentis[s]ima ch’apari inver’ la state,
le donne ti disiano, pulzell’ e maritate:
tràgemi d’este focora, se t’este a bolontate;
  per te non ajo abento notte e dia,5
  penzando pur di voi, madonna mia

Rosa fresca aulentissima, Cielo D’Alcamo