Pio Zaccagnini, il medico che salvò settantadue ragazzini dalla difterite a Latina
12 Dicembre 2021“Sono giunto a Littoria con una grossa valigia di libri ed un materassino che, disteso per terra, sarà il mio giaciglio per un paio di mesi. Non avendo mai visto la città, e di sera, quasi senza viandanti cogli uffici tutti chiusi e colla assai scarsa illuminazione sotto i portici, mi dà l’impressione come di una città abbandonata o artificiale. Provo quasi un senso velato di sgomento… Dopo un rapido giro attorno alla Piazza del Comune, ove brillano solo le luci del Caffè Poeta, inizio il lavoro come aiuto dell’infermeria. Per tutta la notte i rintocchi dell’orologio del Comune, come eterne onde del mare del tempo, si avvicendano ogni quarto d’ora, e, nel silenzio della città e dell’Agro, rappresentano l’unico segno di vita in questa zona ove, fino a non molti mesi fa, regnava l’aspetto desolante e pauroso di una vera bolgia dantesca…”
Dal libro “Storia di Latina, dal diario di un medico” di Pio Zaccagnini
Leggendo gli appunti del dottor Pio Zaccagnini, così ben raccontati sembra che il tempo non sia mai passato, ho avuto la sensazione di essere lì e sentire il rumore dei suoi passi rimbombare in quella scena che appare così attuale. Era la sera dell’11 novembre del 1936. Eppure in quell’anno gli abitanti di Littoria erano circa ventimila e oggi Latina ne conta centotrentamila. Nulla è cambiato, L’orologio batte imperterrito il quarto d’ora e i portici della la piazza sono desolatamente vuoti, come ottantacinque anni fa. Il dottor Zaccagnini oggi non vedrebbe neanche più le luci del Bar Poeta brillare perché chiude alle 23:00, dopo la decisione di modificare la ztl in isola pedonale.
Ma veniamo al mio racconto: vi ho già narrato del dottor Vincenzo Rossetti e del dottor Vito Fabiano, due grandi medici pionieri dell’Agro Pontino. Il primo, arrivato nel 1926 al centro antimalarico e il secondo come medico condotto nel 1936. A far loro compagnia, sempre nel 1936, un altro straordinario medico, Pio Zaccagnini, lui però medico dell’ospedale di Littoria. Non so se fu per necessità o fu solo il caso a far giungere, nella nuova città, delle menti così eccelse in medicina. E non saranno i soli, più in là ne racconterò anche altri.
Dottor Pio Zaccagnini, un velletrano a Littoria
Pio Zaccagnini nasce a Velletri in provincia di Roma il 23 dicembre del 1909, secondo di tre figli. Il papà, Orazio, lavora in una cava di pietra, che poi riuscirà anche ad acquistare. Nella cava producono i sampietrini per le strade di Roma. Con il lavoro del padre, Pio ha la possibilità di studiare, ma è combattuto sulla scelta. Ama la letteratura, ma dopo gli studi classici sceglie la facoltà di medicina. Nella sua vita, però, non abbandonerà mai del tutto la letteratura, nel tempo libero scriverà poesie e sceneggiature teatrali in dialetto veliterno, oltre a suonare il violino e il pianoforte come autodidatta.
Nel 1936 arriva nell’ospedale di Littoria, la situazione che trova non è per niente incoraggiante, le condizioni dell’edificio sono pessime. Spifferi da tutte le parti e un freddo cane, mitigato solo da una stufa in terracotta a legna al centro delle due corsie. Pio lavora giorno e notte per un anno intero, poi stanco della situazione fa una richiesta al podestà per poter avere un assistente, perché ormai si sente quasi un recluso in quelle quatto mura ospedaliere. Lui lo tranquillizza dicendo che ha preso in seria considerazione la sua richiesta.

A sx il giovane medico Pio Zaccagnini, davanti alla prima infermeria di Littoria
L’effetto della sua richiesta però, produce l’effetto contrario. Pio inizia a essere seguito da un poliziotto, che è di guardia all’ospedale, che relaziona tutta la sua giornata lavorativa al podestà. Quando lui se ne accorge l’agente viene sostituito da un altro che, addirittura, lo segue per le assistenze domiciliari chiedendo poi ai pazienti delle spiegazioni. Insomma Pio ha capito che l’aiuto non arriverà mai, anzi, rischia anche di essere degradato da aiuto medico ad assistente. Ma per fortuna ciò non avviene grazie al prefetto della giunta provinciale.
Per il tempo libero il dottor Zaccagnini, visto che non può allontanarsi per il troppo lavoro, fa costruire a sue spese un campo di bocce nel giardinetto dell’ospedale, dove organizza al tramonto delle partitelle con i suoi amici del Consorzio di Bonifica, tra questi l’ing. Zanetti, l’ing. Romagnoli, Armando Astolfi e poi Brustolin, vice segretario capo del comune e Augusto Delle Fratte, capo centrale della Teti. È l’unico passatempo che il dottore si concede. Neanche il Natale riesce a passarlo con la sua famiglia. Ha anche una fidanzata che vede raramente e per pochi minuti nella sua Velletri. Lei stanca della sua assenza sposerà poi un ricco commerciante.
Sono passati quattro lunghi anni dal suo arrivo a Littoria e l’esperienza acquisita nell’ospedale , dove ha curato con professionalità un po’ tutte le patologie, è determinante. E così il 1 gennaio del 1940, nonostante le vessazioni subite da parte di persone invidiose e menefreghiste, il podestà Scalfati gli affida la direzione del reparto di medicina, continuando però a prestare la sua opera come aiuto chirurgo. D’altronde il parroco Don Torello, suo caro amico, gli ha detto più volte: “Chi fa del bene non deve aver paura di nessuno”.
Ma gli ostacoli nella vita non finiscono mai, il 15 maggio il podestà lo manda a chiamare perché saranno banditi concorsi per l’ospedale. Gli dice che sono più che contenti del suo operato, però per volere di Benito Mussolini chi non ha famiglia dovrà cedere il posto a chi è sposato, e quindi gli consiglia di trovare una moglie al più presto. La voce si diffonde subito e il suo amico e collega dottor Demetrio Chiodi gli fa leggere sul Messaggero un annuncio matrimoniale che potrebbe fare al caso suo, ma l’incontro non va a buon fine.
Una settimana dopo il dottor Zaccagnini va a Roma a casa di un amico e conosce una bella ragazza, Maria Luisa. Tra loro scocca subito la scintilla e il 2 giugno celebrano il fidanzamento ufficiale. Ma la mattina del 5 giugno arriva la cartolina per il richiamo alle armi, nonostante la sera precedente il comandante del Distretto Militare lo avesse rassicurato: “Non si preoccupi dottore lei sarà uno degli ultimi a partire”. Destinazione fronte Jugoslavo, partenza immediata. Quell’anno Pio e Maria Luisa riusciranno pure a sposarsi.

1940 Il dottor Pio Zaccagnini con la sua futura moglie Maria Luisa Rampelli
La Guerra e il ritorno a Littoria
Anche sul fronte il dottor Zaccagnini si distingue, si inoltra nei boschi pieni di neve per recuperare i soldati feriti. Gli abitanti del posto, che già lo apprezzano per le sue capacità mediche e umane, gli sconsigliano vivamente di inoltrarsi nei boschi, perché molti cecchini sono appostati dietro gli alberi. Dopo ventotto mesi di prima linea, il 3 ottobre del 1942, viene trasferito al Celio, l’ospedale militare di Roma, e il 24 giugno del 1944 torna finalmente a Littoria sopra un camion. Accanto a lui una giovane signora che, prima della partenza, lo prega di starle accanto durante il viaggio perché un marocchino armato fino ai denti la sta adocchiando, non certo per farle la corte.
Littoria è semidistrutta e depredata dai ladri, addirittura hanno portato via anche i materassi dall’ospedale che intanto si sta riempiendo di feriti, e come se non bastasse, oltre alla malaria, ci sono molti casi di tifo. Pio, non avendo medicinali a sufficienza, somministra acqua fresca e tiene su il morale dei pazienti con delle barzellette, Don Torello, invece, con le preghiere. Su centootto malati di tifo ne salverà centosei. Quando la situazione si normalizzerà negli anni a venire, e le medicine non mancheranno, le eccedenze le invierà a Padre Pio, come già fatto negli anni trenta, grazie all’amico Brustolin.
La difterite a Latina
È proprio Padre Pio che nel 1956 lo vorrebbe primario nel suo ospedale che ha appena realizzato, ma lui è molto legato a Latina ed è già primario di medicina generale dal 1952, quindi declina l’offerta anche se rimarrà devoto a Padre Pio per tutta la vita. Ma è nel 1953 che il nome del dottor Zaccagnini sarà conosciuto in tutto il mondo. Siamo nel 1953 e la provincia di Latina è colta da un’epidemia di difterite, in un mese vengono ricoverati nel suo reparto settantadue bambini, alcuni giunti dopo diversi giorni di malattia, con già dei danni ai reni. Otto sono molto gravi e quasi certamente moriranno.
È notte quando Pio si sveglia di soprassalto, folgorato da un’idea. Corre al capezzale del ragazzo più grave e inietta una fiala di ormone in endovena. Si siede accanto a lui e aspetta la reazione, quando pensa che non c’è più nulla da fare il polso reagisce, i battiti diventano regolari. Allora non perde tempo, gli inietta altre due fiale, e anche agli altri sette ragazzini. Mentre si lava le mani pensa a quel medicinale che non è mai stato utilizzato per endovena e mai per malattie di quel genere. Già immagina il peggio e ai guai che potrebbe passare, perché ha già scritto tutto sulla cartella clinica. Ma il destino questa volta è a suo favore, i ragazzi migliorano e lui per dieci giorni gli somministra l’ormone. I settantadue bambini si salveranno tutti.
A Roma il direttore dell’Istituto di patologia medica non vuole credergli, allora lui gli sottopone le cartelle cliniche, a quel punto il direttore grida al miracolo. Il dottor Zaccagnini scrive subito una pubblicazione sui casi trattati che farà il giro del mondo. La sua è stata un’innovazione terapeutica importante. A parte la vaccinazione antidifterica, nessun bambino in Italia e nel mondo è più deceduto per paralisi bulbare.
Ricordo il detto che si diceva in città quando qualcuno era malato: “A te non te salva nemmeno Zaccagnini”. Il grande medico Pio Zaccagnini morirà a Latina il 16 agosto del 2006. Sono passati quindici anni e non gli hanno dedicato ancora nulla, ma si sa siamo a Latina.
Un grazie alle figlie Fiorella e Maria Grazia Zaccagnini



Mi chiamo Roberto Zaccagnini, scrivo da Velletri, e sono un nipote di zio Pio. Il modo di dire “non ti salva nemmeno Zaccagnini” me lo disse tempo fa un amico, ma ora ho la conferma. Il bello è che a Velletri si dice “qua nun ce mette ‘e mano nemmeno Fantozzi”, riferito al dottor Pietro Fantozzi che era lo zio di Pio, e col quale iniziò a lavorare all’ospedale di Velletri. E’ per me una piacevole sorpresa leggere questo articolo, segnalatomi da un amico. Voglio aggiungere un mio ricordo infantile, di quando zio Pio mi visitava: guardava gli occhi, poi la lingua, poi infilava due dita sotto le costole: respira forte! e poi bussava dietro la schiena. E da questo riusciva a capire se c’era qualcosa che non andava. Queste manovre non le ho più viste fare a nessun medico. E ancora: dopo il funerale di zio Pio, mi ero perso nel cimitero di Latina. Chiesi a una coppia di anziani se avessero visto passare un corteo funebre. Parlando, dissi loro di chi si trattava: Zaccagnini? s’illuminò la signora, residente in uno dei Borghi. E mi raccontò tutta la storia di come aveva salvato la vita al marito, che continuava ad annuire con la testa. Vi ringrazio per questo bel ricordo. Cari saluti! RZac
Mi avete fatto un grande regalo. Sono tornata indietro negli anni della mia gioventù conoscevo tutte quelle persone che avete nominato erano veramente eccezionali grazie
Buongiorno, sono un medico velletrano, ho esercitato per 40 anni a Pontinia. Mi è piaciuto molto la biografia del Dr Zaccagnini.
Io ho qualche aneddoto suo in più.
Comunque sentiti complimenti ed un vero grazie.
Angelo Gotti