Cispadania infelix/ La polenta, che magnada. Cronache di Latina prima di Latina
23 Gennaio 2022Dico ma come si può fare del bisogno un’arte. Era freddo, l’economica faceva quel che poteva, le mucche poco distante che il loro fiato facevano pure qualcosa per aiutarla, come avevano fatto a pietà dal gelo a nostro signore.
Ma per i cispadani dell’agro la cosa più gelida era la solitudine. Si la solitudine, stesso piano è vero ma lontano, lontano che non c’era il leone dell’evangelista a dire di libertà, lussi ed un mondo grande come il mondo.
Qui gelo e acqua pure nell’aria. Il pentolone rubava il caldo all’economica, la mano della cispadana, femmina fatta a forma di femmina (gl’era tute feminone) braccia forti, per secoli chi era gracile non stava qui e non riusciva da passare a domani. Ci voleva forza, anche ingiusta per vivere oltre.
Girava, acqua e formenton. Cose da umani? No, no cose che dovevi rubare al anche “mascio”, che se avanzava anche il porco nella scala stava prima, prima di questa contadina che girava.
Noi bambini guardavamo, più per scaldarci che per quell’acqua sporca. Gira che gira, gira ti rigira. Gavea fame, tanta i veci, omeni mica tanto veci, ma già veci: alti, allampanati, sguardo non sveglio, perché meglio tardetti che morti, e del tardetto facevano la parte, come Bertoldo, Bertoldino e Cacasenno.
Il pentolone erutta sulla tavola la sua lava lenta, gialla, acqua, sale, polvere di granoturco e niente, poi si espande invade. Da caldo e aiuta l’economica. Occhi sgranati, arriva il sugo, tanto sugo poca carne, a dire il vero più una ”essenza” di qualche sacrificio animale.
E alora... giu’ di forchetta alla stessa mangiatoia, come si sa ma non ve lo dico.
La polenta è lenta, un poco d’acqua è scivola via, ma se ci metti il vino tanto, la polenta diventa crema di Francia, diventa maiale di Romagna, diventa “che magnada” , “che magnada”. E gavemo magna, solo acqua e farina, ma se meglio de morir, che bona.
E quando, quando la polenta entra calda alla gola, senti il caldo nell’anima: me tosa che mo, mo mi te daria un baso, te daria sto calor, che me vien da dentro
Tardetti ma mica vero, tardetti come a polenta non ga niente, anca il mascio vien prima, ma me piase tocciar, me piase star qua che, qua n’do ne ga portà, anca qua la fame se ugual.
Ma la polenta se bona, e me da da tociar, domani è da ricominciar, ma un co, un co gavemo magna, gavemo magna gnente, ma … “che magnada”.
E che bevuta, iera bon quel clintò
Quadro: “LA POLENTA” (1740) di Pietro Longhi


