Lettera di Luca Velletri da Sanremo: “il piacere di fare quel che mi piace e anelare un sogno”
30 Gennaio 2022Pubblico la risposta che Luca Velletri mi ha mandato sul mio articolo in cui ricordavo la sua presenza a Sanremo e l’orgoglio di questo per me e per la mia gente. La sua risposta è intensa, piena di quella cosa che lo contraddistingue la tenacia nella consapevolezza di essere dentro una Storia, sociale, politica, artistica… di bellezza. Non so cantare, ma credo che lui sia bravissimo a cantare, eccezionale, ma sia anche grande ad ascoltare. Leggetela con e pe il suo senso di ascolto del mondo intorno e, poi, c’è tanta musica. Grazie Luca della amicizia che mi manifesti, un giorno quel sole arriverà e sono sicuro lo accoglierai con un canto, io ti staro ad ascoltare e quel riscatto sarà evidente “da ciascuno a seconda delle sue possibilità a ciascuno a seconda del suo bisogno” che è farci eguali ma non identici e esaltare i talenti, il tuo è il canto, la musica. Il riscatto passa per la bellezza, la schiavitù è sempre brutta.
Lidano

Ciao Lidano,
“È mezzanotte anzi lo era” cantava Joe Sentieri al Festival del 1960, ho finito le prove sanremesi or ora e mi fermo un attimo a scriverti due righe. Per ringraziarti di questa tua attenzione, l’ennesima per la verità, alle cose che faccio e alla storia che porto.
Mi volto indietro e vedo che quest’anno (facendo i conti della serva) metto la tacca del mio 18º Festival di Sanremo. Dopo tanti dischi tanti tour tanti musical tanti cartoon tanto doppiaggio tanta televisione, 18 Festival… Sono tanti, porca pupazza! Ho calpestato per la prima volta le tavole de sto mitico Ariston nell’ormai lontanissimo 1995, perché il grande “D’Artagnan” il maestro Pippo Caruso, insostituibile eterno braccio musicale di Pippo Baudo, pretese di portarmi con sé per queste fiorite lande, facendo così a questo ragazzo col cuore di collina e la tigna di palude (e viceversa) uno dei più grandi “doni” della sua intera vita. D’altronde, come dicono quelli più bravi di me, se nessuno te lo riconosce resti al massimo il più bravo della palazzina tua! Ecco, il concetto di “dono”, e quello che dovrebbe essegli connesso di “gratitudine” suonano na cica desueti, in una “social-normalità” dell’apparire e delle scorciatoie. Il tempo passa ma sto maledetto vizio di pensare di aver diritto alla fetta più grossa di torta perché si è più belli o perché si hanno più santi in paradiso non ne vuole sapere di scomparire. E quelle parole “valore” “talento” “sacrificio”, altro che desuete, de che stamo a parlà…
Lì tu lo sai, io credo in un pensiero che non smetta mai di anelare a un sogno, ma che allo stesso tempo non gli soccomba riducendolo ad un’illusione; credo in un pensiero che parta dai propri limiti per costruire, attraverso il superamento di essi, il miglior progetto possibile, a vantaggio proprio ma anche della comunità cui si appartiene, perché alzare il proprio livello alza di riflesso quello di tutti gli altri. Credo in un pensiero che pretenda ancora il diritto per tutti a poter ambire alle migliori opportunità. Non attraverso il portafoglio la mistificazione o la prepotenza, ma con la cultura del Lavoro, quello con la L maiuscola. Perché è attraverso lo studio ed il lavoro (più appassionato ed ambizioso quando è sui propri talenti) che si spezzano le catene, che si abbattono le pastoie che per secoli hanno inchiodato il figlio del cappizzo a non poter essere null’altro che cappizzo, lasciando che i soliti privilegiati con le chiappe al caldo potessero sempre avere il meglio del meglio senza versare una goccia di sudore.
“Il riscatto del lavoro dei suoi figli opra sarà” diceva quel canto antico: parlava d’un “mutuo patto” che superasse le “pene” e l’”insulto” di chi pensava di aver diritto a tutto e di non dar diritto a niente.
Ai nostri ragazzi se c’è una storia da insegnare andrebbe insegnata quella dei tanti che hanno osato gettare il cuore oltre l’ostacolo, anche contro ogni prevaricazione, e preteso “da” se stessi il massimo impegno e “per” se stessi di continuare a credere che un sogno potesse esistere nonostante tutto e tutti. La meraviglia, la bellezza, l’incantesimo di un sogno, che cosa c’è di più bello Lì?! Tendere a un sogno, che non rende affatto più fragili, anzi rende luminoso anche il domani più duro e cupo.
Luminoso come il Sole che illuminerà l’Avvenire.
Un sogno? Forse…
Io so bene di aver avuto la fortuna di poter vivere da adulto facendo lo stesso gioco che facevo da bambino. Ma non si creda mai che non sia una storia di lavoro. D’immenso amore, di passione senz’altro, di sorriso come di disillusione pure, ma sempre storia di lavoro è, vero intenso ed implacabile. Ed è per questo che la gratitudine per i riconoscimenti ottenuti può andare orgogliosa a braccetto con la consapevolezza di essersi preparati duramente perché essi arrivassero, e con la coscienza di esserseli meritati senza se e senza ma.
In questi tempi così incerti (come ricordavi) è l’unica certezza che ho, sapere che mio padre, mio nonno, la streppegna tutta, fino a mia figlia, possono essere contenti di come sono e di cosa sono.
I trucchi lasciamoli ai maghi, i guasti lasciamoli ai demoni, noi mofrà ci teniamo il canto: come diceva Senghor “là dove senti cantare fermati, gli uomini malvagi non hanno canzoni”.
Tevojobbè
Luca Velletri


