Il soldato di Napoleone

Il soldato di Napoleone

15 Febbraio 2022 0 Di Lidano Grassucci
Non lo nego, a Waterloo avrei parteggiato per i francesi, per Napoleone. Lo avrei fatto per la Ragione, per la Libertà, la Giustizia. Lo avrei fatto da repubblicano in un esercito guidato da un imperatore. Ma mica è liscia la storia. Lo avrei fatto perché l’altro esercito era di parrucconi e preti. Ma questa storia non è all’imperatore, ma di chi perde e se al posto di Napoleone ci mettete un ideale, la cosa funziona. E’ una sensazione di chi perde.
IL RACCONTO
C’era ancora il fumo, l’odore di fine era ovunque. Indossavo la divisa sbagliata per come erano andate le cose. Avrei potuto andar via da qua se… se avessi avuto ancora una ragione per andar via.
Immaginavo il mio rientro nell’indifferenza generale, gli sconfitti non partecipano mai al ballo della vittoria e le dame scelgono sempre le divise giuste.
Ora che gli racconto che sono stato un eroe?
Ma di cosa, la mia è causa sbagliata, causa persa e gli eroi non servono a niente.
Che gli dico che ho sulla divisa il sangue di un altro che la sconfitta non ha visto e sta meglio di me, perché ora ci sarà l’umiliazione: perdere è un lusso che nessuno può permettersi.
La bandiera? Diranno, tra qualche anno, “però quei ragazzi l’hanno tenuta alta”. Ma che fa che senso ha. O si vince o si parte l’altezza non ha gioco n questo gioco.
Qui, un giorno sarà prato o città anonima, di me nessun segno e di questi pensieri solo l’aria. Certo da vincitore sarei stato cattivo come saranno cattivi con me, mi sono giocato le carte dalla parte che ha perso, avrei potuto vincere ma…
Non ho monete, non ho onore più, la sconfitta è sempre disonore e la mia divisa ora è brutta.
L’avrete notato la sconfitta e la vittoria determinano sempre la moda del dopo e non è mai quelle di chi perde. Sento, accanto a me, invocare mamma, già la madre sempre qui arriviamo da dove siamo partiti.
La mia di madre? La ricordo appena, sfuocata, andata via come fanno tutte le madri, troppo presto. MI dicevano che stavo qui per la madre terra, la mia Patria, più madre di ogni madre perché madre di tutti. Ma la vedete ora la mia patria qui senza sangue? La vedete questa patria che vaga sola e folle nel sangue perso. Passeranno tra poco quelli che ora hanno una Patria meglio della mia. Mi cancelleranno da questo campo di battaglia o mi perdoneranno condannandomi a essere vivo per pietà e non per orgoglio.
Perdere non era previsto, conto le mie ferite nelle mille ferite che ho intorno.
Ho perso per una causa persa e non chiedo perdono, perché se avessi vinto avrei gonfiato il petto e non avrei avuto pietà. E’ finita e aspetto misericordia o la fine, cambia poco. In un campo di battaglia, almeno, vinti e vincitori li vedi, nella vita le morti fanno meno rumore pur non morendo di meno e non ci sono divise a separare ma la vita.
Gli sconfitti sono silenziosi testimoni di come sarebbe potuta andare.
La guardia intorno a Napoleone in un campo anonimo del Belgio. L’idea che ci potesse essere una Europa di cittadini e non solo quella dei signori. Ma chi li ricorda quelli della guardia gli ultimi a difendere l’imperatore che, ironia del mondo, portava la bandiera della libertà, della repubblica, della rivoluzione.
La guardia immaginava di vincere, tutto era con la guardia: la Ragione; la Giustizia; la Libertà. Il caldo mare della lingua d’oc, il maestrale di Provenza, l’oceano con i suoi schizzi di Bretagna, la puzza acre di Parigi, eppure ha perso, perché il destino è sempre baro e cinico.
La condanna peggiore? Sopravvivere ai propri sogni, la condanna di chi perde. Tornerà il Re, i lacchè, i preti senza credo ed io mi nasconderò, ma nelle notti lunghe dell’inverno, quelle fredde racconterò di un repubblicano così repubblicano che si fece imperatore e che chiamò la guardia per l’ultima battaglia e quelli come un sol uomo, perché ne valeva la pena, pena la libertà.
Quadro: Napoleone ritorna dall’Elba, di Karl Stenben